Solo questione di tempo

Io ho un grosso problema, disse il signor Proietti mentre si sistemava gli spessi occhiali che gli continuavano a scivolare sul naso.
«Dica».
«Ecco, io non vorrei mettere in imbarazzo nessuno…»
«Ma certo, non si preoccupi. Dica pure senza problemi».
Proietti deglutì. «Insomma, secondo voi è il caso che oltre a Rubbia, la Montalcini, Scalfaro e Clinton inviti anche Eltsin e Gorbaciov?»
«Ma dove?»
«Alla premiazione!»
Garlaschelli e io ci guardammo. «Ma di che cosa sta parlando?»
Proietti si schiarì la voce. «Alla consegna del milione di dollari… ce li invito i due russi o no?»
Rimanemmo imbambolati per qualche istante prima di renderci conto. Il signor Proietti aveva scritto al CICAP perché, sosteneva, aveva fatto una scoperta che avrebbe rivoluzionato le conoscenze umane. Aveva imparato a controllare la materia con il pensiero e ce ne avrebbe dato una dimostrazione di persona. Ovviamente, spiegò, il suo primo obiettivo era quello di vincere il milione di dollari messo in premio da James Randi per chiunque possa dimostrare una facoltà paranormale in condizioni di controllo.
E ora il signor Proietti, seduto davanti a noi su una seggiola in un'aula del Dipartimento di Chimica dell'Università di Pavia, non ci aveva ancora spiegato o dimostrato nulla, ma la sua preoccupazione più grande sembrava riguardare la cerimonia di consegna del premio.
«Scusi, signor Proietti. Ma prima di pensare al milione di dollari, non potremmo concentrarci sulla sua dimostrazione di oggi?»
L'uomo, che sembrava seguire un suo pensiero, si riscosse con una risatina. «Ma quello è un gioco da ragazzi! No, il problema vero è la gestione delle diplomazie: d'accordo che ormai è caduto il muro e tutto quanto, ma sapete quelli sono sempre russi e gli americani non scherzano!»
Garlaschelli sospirò. «Pensiamoci dopo. Ora, per quanto riguarda la sua dimostrazione…»
Il signor Proietti fece una smorfia. «Sì, come volete». Si alzò in piedi e raccolse da terra la sacca sportiva di nylon con cui era arrivato.
«Allora è tutta questione di allenamento» iniziò, e mentre parlava si mise a rovistare dentro la sacca.
«Se io sono allenato e concentrato, tutto fila a meraviglia…»
Dalla sacca cavò una sveglia elettrica da comodino. «Ma se io sono distratto o stressato, non c'è niente da fare!» ridacchiò. «Il fenomeno non si verifica».
In sequenza, tirò poi fuori un maglione di lana giallo, alcuni elastici e un barattolo di miele d'acacia.
«Bene. E oggi lei come si sente?» chiesi. L'uomo smise di rovistare e fece un gran sorriso. «In formissima, perché?»
Una volta che fu svuotata, la sacca tornò di nuovo in terra, mentre il signor Proietti si chinò per sistemare in fila sul tavolo i vari oggetti che aveva estratto. Sembrava voler trovare loro una posizione precisa al millimetro.
«Ok, ci siamo» annunciò alla fine. Fece un gran respiro e guardò fisso davanti a sé. «Io so modificare il tempo» dichiarò solenne. «Come dice?» Si rimise a posto gli occhiali che intanto gli erano scesi sulla punta del naso. «Allora, è tutto molto semplice. Cercate di seguirmi. La vedete questa qui? E' la mia sveglia di casa. Ce l'avete una presa di corrente qui?»
Collegammo la sveglia e le cifre rosse iniziarono a lampeggiare sul display. Subito l'uomo si mise a premere i tasti e, controllando con il suo orologio da polso, programmò l'ora giusta.
«Se io la metto qui» disse poi appoggiando la sveglia su un banco. «E mi piazzo a un metro di distanza… Un metro e venti, meglio… Ecco, proprio qui. Bene, se io mi piazzo in questo punto esatto e mi concentro, posso cambiare le cifre sulla sveglia».
Sembrava interessante, anche se non era la scoperta sconvolgente di cui ci aveva parlato nella sua lettera. «Possiamo vedere come fa?»
Proietti sembrò di nuovo distratto. «Come? Oh, certo… la sveglia. Scusate, ma pensavo ancora al fatto dei russi. Non importa, ne parliamo dopo. Dunque voi volete vedere come funziona?»
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Garlaschelli si mosse sulla sedia. «Mi sembra che siamo qui per questo, no?»
«Ma certo, ma certo!» esclamò l'uomo con un risolino. Si guardò intorno con aria spaesata e poi si infilò il maglione giallo.
«Ha freddo?» chiesi. Per tutto risposta quello si infilò pure il giubbotto, un Moncler blu elettrico che aveva visto tempi migliori.
«Abbiamo detto qualcosa che non va? Se ne vuole andare?» domandò Garlaschelli sempre più perplesso.
«Eh?» chiese lui sovrapensiero. «No, mi devo solo scaldare. Scusate».
Poi, così infagottato, prese il barattolo di miele e lo aprì. Dalla tasca si tolse un cucchiaino e iniziò a mangiare miele a cucchiaiate. Tre, quattro, cinque cucchiai pieni. Terminata quell'operazione, il signor Proietti prese gli elastici e iniziò a tenderli tra le dita delle mani mentre correva sul posto. Nel giro di pochi minuti iniziò a sudare.
Garlaschelli e io ci scambiammo un'occhiata confusa. La situazione ci stava sfuggendo di mano.
«Senta, signor Proietti…» iniziai a dire. «Ci sono quasi!» mi interruppe lui. «Devo scaldarmi per la dimostrazione, scusatemi. Ancora due minuti e ci sono».
Dopo un altro paio di tensioni con gli elastici, allungò le braccia e fece una decina di piegamenti...
«Pronti!» esclamò alla fine con il viso grondante sudore. «Allora, guardate attentamente i numeri della sveglia. Guardateli, eh?»
«Segna le 15:34» notò Garlaschelli mentre trascriveva l'ora su un bloc notes.
«Non importa cosa segna. Voi guardate solo la sveglia. Guardate!» Proietti si portò le mani alle tempie. Poi socchiuse gli occhi, fece un gran respiro e piegò il busto in avanti. All'improvviso iniziò a ondeggiare la testa su e giù, sempre più veloce.
«Ecco guardate!» esclamò in preda all'eccitazione. «Lo vedete?»
Noi fissavamo lui, allibiti, ma poi ci concentrammo sulla sveglia. Niente. Ci avvicinammo per vedere meglio, ma non notavamo nulla di strano.
«Allora?» domandò senza mai fermare il dondolio della testa. «Vedete?»
«Ma, veramente…»
L'uomo si fermò per riprendere fiato. Era tutto rosso in viso e anche gli occhiali gli si erano appannati. «Non l'avete visto?» domandò sgomento fissando prima me e poi Garlaschelli.
«Allora ci riprovo». Fece ancora un gran respiro e si mise nuovamente in posa. Poi, mentre tremava tutto, chiese di nuovo: «Lo vedete adesso? E' così evidente, per Dio!»
«Signor Proietti» gli dissi mettendogli una mano sulla spalla ondeggiante. «La prego, si fermi». Esausto, l'uomo si lasciò cadere su una sedia. «Eppure lo vedo così bene!» sospirò.
«Ma che cosa?» sbottò Garlaschelli che non si teneva più. «Che cos'è che vede?»
«I numeri dell'orologio, no? Non vedevate come tremavano tutti? Era la forza del mio pensiero».
Osservai Garlaschelli che si nascondeva il viso tra le mani. Era ormai chiaro che il povero signor Proietti fosse preda di un'allucinazione. Si era convinto che i movimenti della sua testa in qualche modo si trasmettessero anche ai numeri della sveglia e aveva creduto così di avere fatto una scoperta sensazionale.
«Io credo che ci potremmo fermare qui, signor Proietti» dissi comprensivo. Lui sembrò titubare, poi annuì sconsolato. «Avete ragione. Vi sarò sembrato un pazzo!»
«Ma no, cosa va a pensare».
«No, no. Lo so che vi sarò sembrato un pazzo» rise lui. «Ma non temete, è solo questione di tempo. Mi devo esercitare di più, tutto qui. Non voglio mica fare la figura del fesso quando mi vedrà Clinton. Ah! Poi ho deciso: i russi mica li invito alla premiazione».

Le vicende qui raccontate sono realmente accadute. Solo i nomi sono stati cambiati.