Il pifferaio magico

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Una raffigurazione del pifferaio tratta dal poema di Robert Brownin.
Nel 1284 la cittadina tedesca di Hamelin, in Germania, fu invasa dai topi. Un giorno, giunse uno straniero che indossava un abito multicolore e che disse di essere un esperto disinfestatore. Il sindaco promise che la città lo avrebbe lautamente ricompensato se fosse riuscito a risolvere il problema dei topi e l’uomo accettò. Si tolse di tasca un flauto e con quello iniziò a suonare una strana melodia. Poco a poco, schiere di topi uscirono dai loro nascondigli e presero a seguire l’uomo con il flauto che, senza smettere mai di suonare, si allontanava lentamente dalla città. Giunti al fiume, tutti i topi si gettarono in acqua, annegando.

La città era liberata, fu organizzata una grande festa, ma nessuno volle più pagare al pifferaio il compenso dovuto. L’uomo promise allora che si sarebbe vendicato. Qualche tempo dopo, il 26 giugno, mentre tutti gli adulti erano in chiesa, il pifferaio si mise a suonare una nuova melodia ad Hamelin e questa volta a seguirlo furono i 130 bambini del paese. L’uomo li condusse dentro una caverna e là sparirono per sempre. Solo un bimbo storpio, che non era riuscito a tenere il passo degli altri, rimase indietro e raccontò la terribile vicenda agli sconcertati cittadini di Hamelin che si chiedevano dove fossero finiti i loro bambini.

La peste


Quella del pifferaio magico è una delle più antiche e suggestive favole della tradizione tedesca. Resa celebre dai Fratelli Grimm, è stata ripresa nei secoli da poeti come Robert Browning, filosofi come Wolfgang Goethe e musicisti rock come i Pink Floyd e i Jethro Tull. Ma per molti, in realtà, non si tratterebbe affatto di una leggenda, bensì di una cronaca di fatti realmente accaduti. Esiste tuttora una legge non scritta che vieta di cantare o suonare musica in una particolare strada di Hamelin, per rispetto nei confronti delle vittime.

«È chiaro che si tratta di un episodio reale» dice Norbert Humburg, già direttore del museo di Hamelin. «La città è piena di antiche iscrizioni che fanno riferimento ai fatti del 1284».

La più antica di queste, risalente al 1300, era una vetrata presente nella chiesa di Hamelin ma andata distrutta nel 1600. Prima della sua perdita, però, fu ricopiata ad acquarello da un viaggiatore nel 1592. Il disegno raffigura un uomo dal vestito di vari colori circondato da bambini vestiti di bianco.

«Una rappresentazione piuttosto fedele della favola» continua Humburg. «In realtà, si ritiene che quella vetrata fu realizzata per ricordare un tragico evento accaduto alla città di Hamelin. Giorno, mese e anno in cui tale evento si verificò si possono leggere nelle varie iscrizioni presenti sui palazzi della città» (vedi foto e didascalie sotto).

Su quale sia l’evento rappresentato, però, non c’è un consenso unanime tra gli esperti.

«La storia» dice Humburg «ci parla della morte dei topi prima e dei bambini poi. Dunque, un elemento che potrebbe legare entrambi questi avvenimenti è la peste, che giunse in Europa proprio attraverso le pulci che infestavano i topi. Uno dei segnali che l’epidemia si stava diffondendo era proprio quello di vedere i topi uscire dalle loro tane per morire nelle strade. E le pulci, una volta morti i topi, si attaccavano agli uomini, infestando per primi proprio i più deboli, come i bambini. Ed è esattamente quello che avviene nella favola».

L’unico problema con questa ipotesi è che la peste non colpì l’Europa prima del 1347, mentre in tutte le iscrizioni si parla del 1284.

« È vero, ma secondo me quella del 1284 è una data fasulla per via di una superstizione dell’epoca» risponde Humburg. «Si credeva infatti che bastasse nominare la peste per farla arrivare. Così, fu elaborata una storia ambientata nel passato e in cui la peste non è nemmeno menzionata, e poi con il passare del tempo la gente si è dimenticata di che cosa quella leggenda veramente raccontava».
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Il moderno pifferaio che oggi, per le strade di Hamelin, intrattiene i turisti raccontando la vicenda man mano che incontra i punti importanti della città.

Omicidio di massa


Mancando prove convincenti a questa teoria, tra cui il fatto che tanto nella vetrata quanto nelle iscrizioni più vecchie si parla solo di bambini, mentre i topi non vengono mai citati prima del 1565, altri hanno avanzato ipotesi anche più sinistre. Nel primo testo scritto in cui si parla della leggenda, risalente al 1384, un secolo dopo gli eventi dunque, si citerebbe una testimonianza oculare. Il testo in questione è andato perduto, ma in una trascrizione sopravvissuta si legge: «Nell’anno 1284, il giorno di Giovanni e Paolo, il 26 di giugno, da un pifferaio, vestito di ogni colore, furono sedotti 130 bambini nati ad Hamelin, e furono persi nel luogo dell’esecuzione vicino al koppen».

Il “koppen” in questione potrebbe essere la collina nei pressi di un villaggio che si chiama Coppenbrugge. Gernot Husam, direttore del museo locale, ne è convinto. «Se studiamo il più antico disegno esistente che racconta la fiaba (vedi illustrazione)» dice Husam «è possibile scoprire la verità. I dipinti medievali erano pieni di simbolismo, e io credo di avere trovato la chiave per risolvere l’enigma del pifferaio. I nobili locali erano i baroni Spiegelbergs, devoti cristiani il cui stemma famigliare conteneva un cervo e un albero: ebbene, al centro del disegno si trovano proprio dei cervi che pascolano sotto gli alberi. È chiaramente un riferimento al fatto che la vicenda riguarda la famiglia degli Spiegelbergs. Quanto al pifferaio è sistemato a sinistra, il lato del male, ed è vestito come se dovesse celebrare un rituale pagano. Ebbene, secondo me in origine il disegno raccontava di un’uccisione di massa, organizzata dai baroni Spiegelbergs quando vennero a sapere degli oscuri riti pagani che l’uomo col piffero intendeva organizzare insieme ai 130 bambini. L’estrema religiosità della famiglia non poteva tollerare che rituali blasfemi avessero luogo nel suo territorio e, quindi, decise di sterminare tutti quanti».

È un’altra teoria che lascia molto a desiderare, soprattutto perché, ricorrendo al simbolismo, è sempre possibile leggere in un quadro o in un’immagine ciò che si vuole, e adattarlo così alle proprie teorie.
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Un dipinto del pifferaio conservato al museo storico di Hamelin.

Migrazione di massa


Sono state proposte numerose altre possibili spiegazioni per ciò che forse avvenne nel 1284 ad Hamelin. C’è chi immagina che, poiché i bambini danzavano dietro il pifferaio, la leggenda abbia avuto origine da un’epidemia del morbo di Huntington o del Ballo di San Vito. C’è chi, invece, ritiene che i bambini (o forse ragazzi) perirono in qualche battaglia o, come ipotizzava il filosofo Gottfried Leibniz, qualcuno li reclutò per partecipare alla Crociata del 1212 e non fecero mai ritorno.

La teoria più plausibile, basata su fatti storici più convincenti, sembra però essere quella secondo cui i giovani della città furono coinvolti nella colonizzazione di nuove terre a est.

«Nella seconda metà del tredicesimo secolo, il Vescovo Bruno di Olmutz contribuì alla creazione di oltre duecento tra villaggi e città nella zona della Moravia, da poco conquistata dai tedeschi, e che oggi si trova nella parte orientale della Germania» spiega Jurgen Udolph, docente di Onomastica all’Università di Lipsia. «Il Vescovo aveva un castello vicino ad Hamelin e proprio in quella zona incaricò una serie di “reclutatori” perché trovassero giovani disposti a trasferirsi nelle nuove terre. Uno di questi reclutatori deve essere passato anche da Hamelin. A quel tempo, infatti, la cittadina si stava sovrappopolando, con tutti i disagi che ciò comporta per una città circondata dalle mura e, dunque, dalle dimensioni limitate».

A sostegno di questa ipotesi, oltre alla conferma che le migrazioni di bambini nel XIII secolo sono un fatto ampiamente documentato, c’è anche il fatto che alcuni paesi intorno ad Hamelin e nella Germania dell’Est hanno nomi identici, come Hindenburg e Hamelspringe. «Inoltre», continua Udolph, «è possibile anche trovare numerose persone in entrambe le zone con cognomi uguali, come Querhammels, che nella fonetica richiama proprio il nome della città di Hamelin».

Liberateci dai bambini


C’è anche un’ultima possibilità, che cioè la storia non sia altro che un antico esempio di leggenda metropolitana. «In molte versioni della storia» spiega Elke Liebs, docente di psicologia all’Università di Potsdam, «è presente un conclusione moralistica: pagate i vostri debiti, altrimenti ne soffrirete le conseguenze. Proprio come avviene oggi con le leggende urbane, dove è sempre presente un messaggio moralistico di qualche tipo. Ma al di là della verità storica o meno dei fatti, secondo me il successo di questa storia va cercato altrove. All’epoca in cui iniziò a diffondersi abbiamo una sovrappopolazione e una grande povertà, i bambini insomma rappresentavano un problema. Una storia che raccontava di qualcuno che liberava la città dai bambini non poteva che essere vista con piacere, anche se nessuno lo avrebbe mai ammesso apertamente. Tutt’oggi, secondo me, la storia ha successo perché il desiderio di liberarsi dei bambini, per quanto represso, è sempre presente in qualche angolino della nostra mente. Basta solo pensare a quanto limitino la nostra libertà e quante delle nostre energie assorbano».

Se in superficie la perdita dei bambini della leggenda è una tragedia, dunque, nel profondo ciò sarebbe causa di sollievo. Un’emozione che verrebbe attivata ogni volta che la storia viene riletta.

Quale che sia la verità, ciò che è certo è che Hamelin ha saputo trasformare la favola nella principale forma di sostentamento della città. Ovunque ci si volti si trovano tracce del pifferaio: negozi del pifferaio, grandi magazzini del topo, alberghi, statue, fontane, parchi di divertimento... L’antica Rattenfangerhaus (la casa del pifferaio) è oggi un ristorante che serve gustose “code di topo” fritte (in realtà carne di vitello tagliata a striscioline), e ogni domenica la città rievoca la favola del pifferaio, coinvolgendo nella recita i bambini del paese che adorano travestirsi da topini. E queste trovate, per quanto possano spesso sembrare “americanate” di dubbio gusto, sembrano funzionare, visto che sono ormai oltre due milioni i turisti che visitano Hamelin ogni anno. Non male per una vecchia fiaba.
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Raffigurazioni del pifferaio (statue, poster, insegne di supermercati, iscrizioni stradali...) per le strade di Hamelin.

Una figura immortale


La figura del pifferaio magico è ormai divenuta una metafora che può assumere connotazioni positive e negative. In ambito politico, per esempio, prevalgono queste ultime, visto che ogni leader avversario può essere rappresentato come un pifferaio che incanta le masse e le conduce a una fine tragica. Nella Germania nazista, la Russia comunista era spesso raffigurata in vignette satiriche come uno scheletro che al suono della sua musica trascinava alla morte il suo popolo.

Curiosamente, anche dopo la guerra, la Russia e il comunismo furono rappresentati in modo simile in America sulla Saturday Review. Indubbiamente, però, il pifferaio negativo per eccellenza viene identificato con Adolph Hitler. Esistono numerose poesie, satire, vignette e canzoni che raffigurano Hitler e il nazismo come malefici pifferai (vedi illustrazioni). Ma, a seconda dei tempi e dei paesi, sono stati rappresentati come pifferai, tra gli altri, anche l’Ayatollah Khomeyni, l’ex segretario di stato americano Henry Kissinger, il presidente statunitense Gerald Ford e il leader religioso Jim Jones che indusse al suicidio di massa 914 persone.
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L’iscrizione sul muro della Hochzeitshaus (Casa dei matrimoni): «Nell’anno di nostro Signore 1284, 130 bambini di Hamelin, in custodia di un pifferaio, furono condotti fuori dalla città fino al Koppen e là perduti».
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La pietra nel museo: «Questa pietra faceva parte di una porta della città e vi si legge: “Nell’anno 1556, 272 anni dopo che il mago condusse 130 bambini fuori dalla città, questa porta fu eretta”»
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L’iscrizione sulla Rattenfangerhaus (Casa del pifferaio): «Nell’anno 1284, durante la festa dei Santi Giovanni e Paolo, il 26 giugno, 130 bambini furono traviati da un pifferaio e portati al Calvario di Koppen dove scomparvero»
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