Cacciatori di bufale; Le mie amiche streghe; Dossier Hamer; Medicine e bugie

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  • 30-05-2017
  • A cura di Anna Rita Longo

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Cacciatori di bufale
Fulvia Degl’Innocenti - Chiara Segré
Edizioni Sonda, 2017
pp. 127, € 14,00


Recensione di Anna Rita Longo

Si tratta di un libro che si può dire tenuto a battesimo dal CICAP. Una delle autrici, Chiara Segré – scrittrice e divulgatrice scientifica –, ha infatti deciso di scriverlo dopo aver preso parte a uno dei corsi per indagatori del mistero, che il Comitato organizza annualmente in giro per l’Italia. Tra un cerchio nel grano e una camminata sui carboni ardenti è nata l’idea di far squadra con Fulvia Degl’Innocenti – giornalista e, come lei, affermata autrice per l’infanzia – per metter mano a un originale progetto rivolto ai ragazzi e anche, perché no, a insegnanti e genitori. Lo scopo? Coltivare il senso critico delle nuove generazioni e stimolarne la capacità di osservare il mondo intorno a loro con lo sguardo del giovane scienziato, prendendo spunto dal proliferare di bufale che sembra una caratteristica distintiva dei nostri tempi (anche se non mancano certamente i precedenti storici). Disinformazione, bufale, fake news e tutte le varie declinazioni della bugia in quella che viene chiamata “era della post-verità” oggi trovano nel mondo del web un rapidissimo mezzo di diffusione, attraverso il quale raggiungono facilmente i ragazzi, che ne sono spesso tra gli ignari propagatori. Basta per questo un semplice click del mouse, un gesto che si presume del tutto innocuo e privo di conseguenze, mentre – storia e cronaca lo insegnano – le cose stanno ben diversamente. La scelta delle autrici segue un percorso opposto a quello di molti show televisivi pensati per i ragazzi, che, pretendendo di essere scientifici, cavalcano, invece, l’onda delle pseudoscienze e del sensazionalismo. Leggendo Cacciatori di bufale i giovani lettori scopriranno, invece, che un’indagine razionale e scrupolosa non è certamente sinonimo di noia e può essere, anzi, molto più affascinante di un cumulo di bugie infiocchettate dal marketing.

Ma quali sono le tappe di questo viaggio nel mistero e nel metodo dell’indagine scettica? Il saggio si compone di due parti. La prima è una rassegna agile, sistematica e a misura di ragazzo (per lo stile e la lingua adoperati) delle bufale più diffuse. Pseudostoria e bufale geografiche, leggende metropolitane e pseudoscienza, inganni della pubblicità e presunti fenomeni paranormali sono illustrati rapidamente e smontati in forma efficace e sintetica. Non si tratta, però, di un banale elenco, di uno stupidario divertente ma fine a se stesso: leggendolo i ragazzi avranno modo di comprendere come il rischio di incappare in una falsa diceria sia in agguato praticamente in tutti i campi e di costruirsi un’antologia di esempi utile a valutare l’attendibilità delle notizie nelle quali si imbattono. Segue, poi, una parte più operativa e, di conseguenza, più divertente: un mini-corso per trasformare un ragazzo curioso e intelligente in un cacciatore di bufale. Dalla rassegna di casi esemplari si passa, pertanto, a un vero e proprio “discorso sul metodo”. Qual è la maniera giusta di informarsi per valutare una notizia o un fenomeno? Che cos’è il metodo scientifico? Perché è importante stabilire di chi è l’onere della prova? E questo rasoio di Occam, che sarà mai e cosa dovrebbe “tagliare”? I primi paragrafi sono dedicati a definire principi fondamentali come questi, poi si passa a sperimentare sul campo, attraverso una serie di esperimenti di facile realizzazione ma di grande impatto emotivo e, quindi, in grado di imprimere una traccia nella memoria degli aspiranti indagatori del mistero.

Le conclusioni riportano il discorso al punto di partenza: dalla constatazione dell’onnipresenza delle bufale si passa a interrogarsi sul motivo che le rende credibili e affascinanti per tanta gente. Un argomento che potrà essere un utile spunto di discussione da portare avanti, per esempio, in classe, come verifica dell’affinamento della capacità di riflessione e lettura della realtà. Come accennato, il libro si presta, infatti, a diventare la base per un percorso formativo in cui la parte della guida può essere svolta da insegnanti e genitori, che condivideranno con i ragazzi la gioia della scoperta e la passione per l’indagine critica. In sintesi, si tratta, quindi, di una lettura avvincente ed educativa, che non può mancare sul comodino dei futuri indagatori del mistero.

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Le mie amiche streghe
Silvia Bencivelli
Giulio Einaudi editore, 2017
pp. 178, € 17,00


Recensione di Anna Rita Longo

Burrhus Skinner, il più famoso (e anche il più discusso) tra gli psicologi comportamentisti del secolo scorso, se n’era accorto osservando il comportamento dei piccioni chiusi nelle sue Skinner boxes. Dapprincipio l’esperimento era strutturato in modo che gli uccelli ricevessero cibo azionando un pulsante: il trucco era ben presto imparato e lo stomaco pieno garantito. Poi lo scienziato decise di cambiare le carte in tavola e fece sì che ad azionare la distribuzione del cibo fosse un timer, non legato in alcun modo al comportamento degli animali. E qui si verificò qualcosa di interessante: Skinner notò che parecchi tra i piccioni coinvolti nel suo studio elaboravano curiose ritualità: chi si dondolava, chi spingeva la testa verso un angolo della gabbia, chi ruotava su se stesso... in breve ciascuno ripeteva l’azione che aveva compiuto subito prima di ricevere il cibo, convinto che potesse avere una qualche influenza sulla sua somministrazione. Una superstizione bella e buona, l’irrazionalità che emerge come frutto dell’evoluzione, che fa cogliere nessi causali anche quando non ci sono. C’è un po’ dei poveri piccioni di Skinner in tutti noi, perché l’irrazionalità è parte integrante della nostra vita, anche di quelli – e mi ci metto senz’altro in mezzo – a cui piace pensarsi razionali, scettici, col rasoio di Occam saldo in mano a far piazza pulita di fantasie senza fondamento. Lo sapeva bene il compianto professor Dànilo Mainardi, che a questo tema aveva dedicato un suo famoso libro, L’animale irrazionale. E lo scoprirà suo malgrado Alice, protagonista del libro con cui Silvia Bencivelli, giornalista scientifica e saggista molto nota, fa il suo ingresso nella narrativa.

La si ama facilmente questa Alice, anche se all’inizio può dare un po’ sui nervi, con il suo ditino sempre alzato a rintuzzare le strampalate teorie delle sue amiche d’infanzia, che fatica sempre più a capire. Come l’autrice, è una giornalista scientifica laureata in medicina, con una grande passione per le cose difficili e la voglia di capirle fino in fondo, per poi spiegarle a chi la legge o la segue in TV. Ma cosa è accaduto alle persone che le stanno intorno? Perché le amiche con cui ha condiviso esperienze di vita e rigorosi studi universitari sembrano d’un tratto moderne fattucchiere, che credono ai poteri di improbabili panacee e a losche trame ordite in oscure stanze dei bottoni? Perché nessuno sembra farsi più convincere dalla razionalità di un ragionamento che da premesse rigorose va a sfociare in conclusioni ineccepibili? Come può una brillante anestesista curare i propri figli con l’omeopatia? Che cosa spinge una biologa che fa la ricercatrice a fare le capriole sott’acqua per convincere il feto podalico che ha in grembo a girarsi dalla parte giusta? Alice non riesce a capirlo fino al momento in cui dovrà fare i conti anche con la propria parte irrazionale, un Io a lungo represso che emerge inaspettato nel momento in cui un problema di salute fa vacillare le sue convinzioni. E da quel momento è come se esistessero due Alice, due pezzi di un puzzle che non si incastrano, o – per usare un’immagine significativa per lo sviluppo della storia – due occhi che si ostinano a vedere ciascuno la propria realtà, senza dialogare, restituendo immagini che si sovrappongono confusamente. Una sensazione che Alice conosce bene e che rappresenta il suo essere, come un po’ lo siamo tutti, intimamente divisa.

E, paradossalmente, questa Alice che si riscopre fragile riesce a insegnarci molto più dell’Alice che sale in cattedra. Ci ricorda che tutti – anche le persone più intelligenti e istruite – hanno angoli di irrazionalità con cui sarebbe miope non far pace. Ci distoglie dall’alzare il ditino per stigmatizzare la stupidità altrui, ma è pronta a perdonarci se proprio non riusciamo a trattenerci dal farlo. Ci dimostra sul campo che per far passare un messaggio è meglio non salire sul pulpito, ma dimostrarsi consapevoli dell’imperfezione che ci accomuna tutti. D’altra parte «essere felici è molto più divertente che essere perfette».

Il lettore delle inchieste e dei saggi di Silvia Bencivelli ritroverà anche nel suo romanzo d’esordio la verve e il gusto per la narrazione che sono una caratteristica dell’autrice. Ne offrono un esempio le digressioni che seguono i lunghi monologhi con cui Alice spera di aver ragione delle idee delle sue amiche “streghe”, tra scie chimiche, diluizioni omeopatiche e vaccini ingiustamente diffamati. Ma lo si vede anche nei personaggi tratteggiati con una breve scena, un rapido pensiero, un bozzetto ironico che resta impresso.

Di un saggio che riesce a coinvolgere il lettore e a tenerlo incollato alla pagina si sente spesso dire che si legge come un romanzo. Ammesso che abbia senso stabilire confini tra i generi letterari, forse non sbaglieremmo se dicessimo che Le mie amiche streghe intrattiene e fa pensare come un romanzo, ma è anche una miniera di informazioni come un ottimo saggio.

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Dossier Hamer
Ilario D’Amato
Mondadori, 2017
pp. 216, € 18,00


Recensione di Luca Menichelli

Se da un lato il ventesimo secolo ha portato con sé grandissime innovazioni e scoperte in campo medico e scientifico, dall’altro ha prodotto anche metodi alternativi che promettono di dare risposta a tutto ciò che la scienza, nella sua umiltà, riconosce come proprio limite. Difficile accettare che non si possa avere una cura per una malattia che colpisce noi o un nostro caro e questo porta ad avvalorare teorie alternative alla medicina “ufficiale”, che hanno la pretesa di offrire questa opportunità.

Quando si parla di cancro, poi, la cosa si complica, dato l’interesse suscitato da questa malattia, che miete moltissime vittime. I malati chiedono alla scienza una risposta immediata perché la malattia non concede loro molto tempo e la scienza non è tuttora in grado di darla in diversi casi. Ecco comparire allora medicamenti miracolosi, metodi complementari o alternativi, teorie che non hanno nulla di scientifico, ma che nell’immaginario collettivo possono offrire questa risposta mancante. Addirittura, in molti casi, il mancato riconoscimento scientifico di queste presunte terapie viene ritenuto una prova della loro efficacia e del complotto della scienza nei loro confronti.

Tra questi metodi alternativi vi è la Nuova Medicina Germanica, che è l’oggetto del libro di Ilario D’Amato, già autore del documentatissimo sito internet dal quale il saggio è tratto.

Definire la Nuova Medicina Germanica una cura è riduttivo: la creazione di Ryke Geerd Hamer si presenta come uno stile di vita e un insieme di presunte leggi che regolerebbero tutto l’equilibrio fisico e psichico dell’individuo. Attraverso la regolazione di alcuni parametri si riuscirebbe a guarire da qualsiasi malattia perché la patologia non sarebbe altro che uno squilibrio delle leggi fondamentali. A questo delirio pseudoscientifico si somma anche quello razzista, poiché negli scritti e nelle dichiarazioni di Hamer si trovano di frequente spregevoli affermazioni antisemite.

Il libro analizza tutti gli aspetti della Nuova Medicina Germanica fin dalla sua nascita e fornisce una panoramica completa del metodo, evidenziandone, in maniera rigorosa, le fallacie logiche. Vengono, inoltre, raccontate le tragiche storie dei tanti pazienti che si sono affidati a questa pseudo-cura e ne sono morti e si dà conto del torbido giro d’affari che ruota intorno al metodo Hamer. Si tratta di un dossier scritto in maniera semplice e approfondita, la cui lettura è senz’altro raccomandabile. Il libro è dedicato non solo a chi vuole approfondire in maniera critica gli aspetti del metodo Hamer, che annovera purtroppo tantissimi sostenitori, ma soprattutto a quanti sono tentati di credere a una teoria che ha prodotto conseguenze devastanti in chi, per seguire tale metodo antiscientifico, ha abbandonato quella che rappresentava l’unica speranza offerta dalla scienza per uscire dalla malattia.

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Medicine e bugie
Salvo Di Grazia
Chiarelettere, 2017
pp. 204, € 15,00


Recensione e intervista di Simone Raho

Medico di professione, divulgatore scientifico, neo-socio emerito del CICAP, Salvo Di Grazia, alias MedBunker (dal nome del suo noto blog su medicina, scienza e ciarlataneria), torna a scrivere un libro su medicina e disinformazione a distanza di tre anni, quasi a voler riprendere un discorso lasciato apparentemente in sospeso.

Un vero e proprio mercato della salute: grazie anche a pubblicità spesso ingannevoli, veniamo quotidianamente bombardati da prodotti, medicinali, integratori che promettono di farci diventare più belli e più sani, anche quando la salute è l’ultimo dei nostri problemi.

Medicina e marketing: vi sembrano due parole dissonanti? Difficili da collocare insieme? Eppure le case farmaceutiche, com’è ovvio che sia, devono rispondere alle comuni regole del mercato, puntando anche al profitto. Semmai sono le strategie adottate a essere, talvolta, poco chiare. E così ritroviamo tra i “consigli per gli acquisti” integratori di ogni sorta, quando in realtà, nella maggior parte dei casi, potremmo farne tranquillamente a meno; scopriamo che piccoli disturbi insignificanti si trasformano in malattie da curare; ci rivolgiamo al mercato del “naturale” (altro temine sfruttato in maniera strategica) senza sapere che esso risponde comunque alle comuni regole del business, pur senza essere sottoposto ai medesimi e rigorosi iter autorizzativi di un farmaco.

Non tutto il sistema è menzognero, sia chiaro: la scienza ha per fortuna degli efficaci sistemi di controllo e verifica. Come sottolinea l’autore, «è possibile falsificare dei dati, è possibile nascondere i risultati di una ricerca, ma è pressoché impossibile non essere scoperti».

Un libro semplice e godibile, alla portata di tutti, che conferma le doti divulgative dell’autore abbinate sapientemente al rigore scientifico (numerose le fonti bibliografiche a nota dei fatti enunciati) che non dovrebbe mai mancare in testi di questo genere. Consigliato.

E ora spazio alla breve intervista a cui Salvo Di Grazia si è gentilmente concesso:

Non è la prima volta che scrive un libro che mette in primo piano il tema della disinformazione in campo medico. Ricordiamo a tal proposito il precedente Salute e bugie. Cosa l’ha spinta a scrivere nuovamente sull’argomento? E quali sono, a grandi linee, le differenze tra il primo e quest’ultimo lavoro?

Credo che il secondo libro sia la continuazione ideale del primo. In Salute e bugie parlavo soprattutto dei ciarlatani da strada, quelli che vendono false cure fantasiose per tutte le malattie, che si descrivono come geni; ho descritto le più note “cure alternative”. In Medicine e bugie faccio un salto. Parlo delle truffe da parte di aziende farmaceutiche, dei meccanismi della scienza e della ricerca, spiego come fa l’industria farmaceutica a trasformare la salute in un grande affare.

Nel suo libro si sottolinea come i media possano contribuire alla diffusione di notizie alterate se non addirittura pienamente false, poiché spesso è assente una verifica adeguata delle informazioni. Il ruolo dei mezzi di comunicazione appare pertanto cruciale. Esistono, secondo il suo parere, dei modi efficaci per ridurre, almeno parzialmente, questo fenomeno o lo ritiene un elemento intrinseco ai media generalisti?

Il modo c’è ed è pure semplice: far parlare di un argomento le persone competenti. Esiste una figura professionale, il giornalista scientifico, che per mestiere si occupa di scienza e di informazione sulla salute. Sono persone che hanno studiato come si scrive una notizia e, in particolare, una che riguarda il campo medico. I giornali, però, spesso ne fanno a meno e, ancora più frequentemente, puntano più allo scoop che all’attendibilità. Per questo hanno perso progressivamente lettori e prestigio.

L’omeopatia e le altre medicine alternative: al di là dei pazienti che vi si rivolgono, vi sono però diversi medici che le propongono. Come ritiene possibile che dei professionisti in ambito scientifico si affidino a qualcosa che con la scienza non ha nulla a che fare?

Per due motivi. Il primo è l’ignoranza. Un medico che crede che con lo zucchero si possano curare magicamente le malattie è un medico impreparato, che non conosce le basi della medicina e della scienza. Poi il desiderio di denaro. C’è una piccola ma agguerrita fetta di mercato che ama le medicine “strane” – le chiamano “olistiche” – che sono più un’illusione, “colorata”, ma pur sempre un’illusione. Ecco, certi medici accontentano semplicemente una fetta di mercato.

A complicare la situazione, o perlomeno a confondere le idee ai pazienti, contribuiscono anche Regioni che, nel sistema sanitario pubblico, istituiscono ambulatori di medicine complementari. Penso, ad esempio, alla regione Toscana che mette a disposizione l’omeopatia. Qual è il suo pensiero al riguardo?

Io reputo sacra la libertà di scelta e quindi anche quella di cura. Ognuno può curarsi, o non curarsi come preferisce, ovviamente chi non è del campo non può avere le conoscenze adatte per scegliere bene, ma non possiamo pretendere più di tanto. Però sono anche convinto che nel servizio sanitario pubblico debbano essere garantite solo le cure che abbiano evidenza di funzionamento, quelle che hanno scientificamente provato la loro efficacia. Omeopatia, agopuntura, osteopatia e simili, sono pseudocure. Hanno qualche effetto dovuto al placebo ma rischiano di far peggiorare le condizioni cliniche di un paziente. Se una persona le vuole seguire lo faccia, ma le strutture pubbliche, secondo me, non dovrebbero mai proporle, perché andrebbero contro gli interessi del paziente.

In un capitolo del suo libro viene evidenziato come, a volte, gli scienziati possano apparire “cinici e freddi”, al contrario di molti ciarlatani, i quali usano un linguaggio suadente e diretto, che può far presa su molte persone. È chiaro che una comunicazione tecnica è spesso necessaria e può essere garanzia di correttezza, ma non la ritiene, allo stesso tempo, anche un limite? Si potrebbe fare qualcosa, secondo lei, per migliorare questo aspetto?

Si potrebbe provare a inserire, nel corso di studi o nella formazione post lauream, anche un corso in comunicazione scientifica. Per insegnare a trasmettere a chi non è del campo le informazioni, spesso tecniche e difficili, della scienza. Io non parlo di empatia, ma di saper semplificare senza banalizzare, contribuire alla diffusione delle conoscenze. Sarebbe utile non solo ai pazienti e ai cittadini ma anche agli scienziati e ai medici; oltre a essere interessante, insegna più in generale a sapersi relazionare con il prossimo.