I mutui ipotecari di Santa Filomena

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  • 30-05-2017
  • di Paola Dassori
Nel 1953 un’inchiesta dei carabinieri di Napoli portò alla luce un episodio dal tenore davvero inquietante. Il protagonista era Ernesto Compare, di 61 anni, che dopo essersi autoproclamato “asceta” aveva costituito una pseudo comunità religiosa: l’Ordine dei figli di Santa Filomena per la salvezza delle anime. Fin qui niente di strano: ma Compare era riuscito a farvi entrare parecchie persone, inducendole ad allontanarsi dalle famiglie e ad isolarsi dal mondo, non prima però di essersi appropriato dei loro beni, e questo per la bellezza di quasi trent’anni.

La potenza di persuasione di Compare era tale che pochi riuscivano a sfuggirgli dopo essere stati abbindolati, e quasi sempre era necessario un intervento esterno: ad esempio, un maresciallo di fanteria era stato talmente affascinato dalla sua parola da abbandonare non soltanto la moglie e i tre figli, ma anche l’esercito, cosa che dopo un breve periodo di vita contemplativa gli costò l’arresto, il processo e la condanna a tre anni di carcere.

Ernesto Compare, dopo aver lavorato su una nave per alcuni anni, era tornato a Napoli, la sua città natale, impiegandosi in banca e conducendo una vita normale finché, nel 1925, un’improvvisa conversione lo aveva indotto a dare le dimissioni e a dedicarsi alla vita religiosa. Le sue tre sorelle, qualche tempo prima, avevano conosciuto alla spiaggia una giovane napoletana di ottima famiglia, Maria Celentano, religiosissima ma leggermente ritardata. Celentano, nell’agosto del 1925, donò alla chiesa della Cesarea, nel popoloso rione Sanità, una statua di Santa Filomena modellata da un noto scultore, statua che però non piacque perché il volto della santa era troppo pallido; improvvisamente, il 2 ottobre, il terreo colorito cambiò miracolosamente diventando di un bel rosa. Il popolo gridò al miracolo, la chiesa fu meta di un continuo pellegrinaggio, ricevendo doni e offerte; la Curia napoletana, alla fine, intervenne, sconfessando il prodigio, e Compare fu processato per truffa e assolto per insufficienza di prove.

L’ex bancario fondò quindi una comunità con la valida collaborazione delle sorelle e soprattutto di Celentano, che aveva funzione di medium: era tramite lei che Santa Filomena manifestava la sua volontà. La fantasia dei fratelli Compare non aveva limiti: un giorno i quattro scesero da un taxi, carichi di catene, nella piazza principale di Benevento, raccontando di essere stati assaliti dai banditi che li avevano derubati e incatenati, appiccando quindi il fuoco ai loro abiti. Era stata la santa a salvarli da una morte orribile, apparendo in buon punto e spegnendo le fiamme. Quest’altra fandonia, oltre a cospicue offerte, fruttò loro un altro processo per simulazione di reato, dal quale se la cavarono ancora per insufficienza di prove.

Tutti questi prodigi erano necessari per acquisire proseliti. Le donne che venivano “elette” a far parte della comunità erano tutte facoltose. Ernesto Compare non si appropriava materialmente dei loro averi, ma accendeva mutui ipotecari, servendosi di prestanome. Le ipoteche, poi, non venivano riscattate e i beni venivano venduti all’asta; talvolta erano gli stessi familiari delle “elette” che li acquistavano per recuperarli.

Che sistemi usava Compare per asservire le sue “elette”? Si parlava di misteriose boccette, di strani filtri, ma la sua arma principale era quella psicologica. L’uomo disponeva di un’oratoria travolgente, di un fascino particolare, col quale otteneva risultati sorprendenti, avvolgendo le sue vittime in un’atmosfera di tale suggestione da far loro credere anche a espedienti elementari come quando annunziava tristemente che in casa non c’era nemmeno una lira per comprare da mangiare, e poi all’improvviso faceva apparire in tavola, con abilità di prestigiatore, una banconota di grosso taglio, assicurando che gliela aveva mandata Santa Filomena.

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La sua vittima principale, dopo Celentano, fu Ermelinda Cuomo, insegnante, che era in procinto di sposarsi quando incontrò Compare. La donna mandò a monte il matrimonio per ritirarsi in una delle sue “case di meditazione”, donando alla comunità gioielli, danaro e persino il suo corredo da sposa. Quando fu sicuro che la donna era ormai un docile strumento nelle sue mani, dopo averle estorto i soliti mutui ipotecari, Compare la mandò a Roma (sempre dietro suggerimento di Santa Filomena, ovviamente) per chiedere a Mussolini sussidi per la comunità. La donna riuscì non si sa come ad entrare a Palazzo Venezia, quando fu fermata da un gerarca che la interrogò sui motivi della sua visita: a questo punto Ermelinda dichiarò candidamente che la mandava Santa Filomena per annunciare a Mussolini che la sua vita era in pericolo. Ci fu un pandemonio, la donna fu arrestata e ne passò di tutti i colori prima di venir restituita alla famiglia, da cui fuggì di nuovo per tornare tra gli adepti di Santa Filomena.

Finalmente, nel 1952, i carabinieri di Sant’Antimo iniziarono un’indagine sulla strana comunità, che però si trasferiva continuamente da un paese all’altro dei dintorni di Napoli; le accuse di circonvenzione d’incapace, falso ideologico e truffa furono aggravate da quella di omicidio colposo in seguito alla morte di Maria Celentano, avvenuta nel 1950; il certificato di morte, che si trovava presso il municipio di Grumo Nevano, fu fatto sparire da Compare con la complicità di un impiegato dello stato civile. Il santone temeva che, accertata la morte della donna, ci fossero complicazioni per la successione nei suoi beni e lui potesse perderne l’usufrutto.

Ernesto Compare, dal canto suo, scrisse una dichiarazione in trenta cartelle dattilografate, in perfetto italiano e in bello stile, nella quale si dichiarava convinto della santità della sua missione, e che Dio gli avrebbe reso giustizia, ed entrò a testa alta nel carcere di Poggioreale.

Non sappiamo che fine abbiano fatto poi i Compare: tutte le nostre ricerche sono state, purtroppo, infruttuose.