La sfida di "PLaNCK!": raccontare la scienza ai bambini

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©Roberta Baria

Intervista con Agnese Sonato, fondatrice del progetto editoriale "PLaNCK!


Puoi farci una breve storia di PLaNCK!: chi siete, quale è il vostro background professionale e come è nato il vostro progetto?

PLaNCK! nel 2013 era solo un’idea, nata anche un po’ per gioco tra me e la mia collega Marta Carli, durante il dottorato di ricerca in Scienza e Ingegneria dei Materiali a Padova. Nel 2013 eravamo quasi tutti dottorandi o neo-laureati e, partendo da passioni personali per la divulgazione scientifica o più in generale per le attività per i più piccoli, abbiamo dato il via all’associazione di promozione sociale Accatagliato con cui adesso facciamo diverse attività tra cui PLaNCK!.

Quello che apparentemente era solo un gioco si è poi trasformato in progetto editoriale concreto nel 2014, quando è uscito il numero 1 di PLaNCK!. Dietro la rivista c’è un gruppo di ragazze e ragazzi con una formazione multi-disciplinare che va dall’ambito scientifico a quello grafico, passando per il giornalismo e la formazione, che lavorano insieme alla costruzione ed evoluzione del progetto.

Consapevoli che la scienza fa progressi con la ricerca, abbiamo deciso di partire coinvolgendo l’Università di Padova e il mondo della ricerca in generale in modo da favorire il trasferimento delle conoscenze sviluppate all’interno dei laboratori di ricerca alla società, partendo dai ragazzi. In più abbiamo pensato che un buon modo per divulgare la scienza fosse anche far comunicare diversi livelli della formazione. Ecco che abbiamo pensato di coinvolgere anche la scuola nel progetto: università e scuola primaria si incontrano in un unico strumento, PLaNCK! appunto.

Ci sono tanti altri elementi in PLaNCK!. Infatti, come diciamo sempre, “PLaNCK! non è una semplice rivista... è molto di più!”.

PLaNCK! nasce con l'obiettivo di parlare di scienza a un pubblico di ragazze e ragazzi giovani; quale linguaggio e quali temi pensate vi possano consentire di realizzare al meglio il vostro obiettivo?

Abbiamo pensato di dedicare ogni uscita a un tema specifico abbinando temi più “classici” nel campo della divulgazione scientifica per ragazzi (come può essere la LUCE) a temi più originali e poco presenti in questo settore, a volte anche abbinando la scienza ad altri ambiti della conoscenza com’è successo nel caso del numero dedicato al TEMPO oppure in quello sull’ATOMO dove un articolo era dedicato alla bomba atomica e abbiamo dato spunti di riflessione riguardo il ruolo della scienza in quella fase storica. Questo lo facciamo perché uno dei messaggi che cerchiamo di trasmettere è che la scienza è correlata alla storia, con tutto quello di positivo che ne consegue ma anche con tutte le criticità che possono esserci, e alla nostra evoluzione anche dal punto di vista del pensiero umano, non solo della tecnologia.

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Sviluppiamo ogni tema utilizzando articoli, interviste ai ricercatori, un fumetto, esperimenti, giochi e la sezione “Lo chiediamo a voi” in cui facciamo una domanda ai piccoli lettori e li invitiamo a rispondere (funziona!). Nelle nostre scelte applichiamo criteri ben precisi spesso legati alla volontà di trasmettere messaggi e spunti di riflessione. Nel fumetto uno dei protagonisti è una nonna scienziata invece del più classico scienziato pazzo. Nell’ultimo numero uscito, dedicato alla cellula, un articolo parla di come la cellula sia legata al concetto di vita. Nei pezzi sulla storia della scienza raccontiamo sempre la storia di un uomo e di una donna. Ci caliamo nell’attualità della ricerca con le interviste a ricercatori ed esperti che sono sia sul loro lavoro, sia sul loro parere riguardo una certa tematica com’è stato il pezzo sui vaccini.

Di base cerchiamo sempre di scegliere un filo conduttore del numero che abbia un obiettivo preciso e lanciamo spunti di riflessione ai lettori all’interno di vari articoli. Abbiamo raccontato la storia del Premio Nobel nell’ultimo numero evidenziando come dietro un premio Nobel ci siano tanti scienziati che per anni, insieme, hanno lavorato.

Quindi usiamo gli strumenti che più si avvicinano al mondo dei più piccoli (fumetti, interviste, esperimenti, articoli brevi...) cercando però di andare oltre l’informazione scientifica stimolando il pensiero critico.

Abbiamo aggiunto una parte in inglese in modo che PLaNCK! possa essere uno strumento di supporto all’apprendimento dell’inglese e avvicini i più piccoli a quella che è la lingua della scienza.

Ho visto che avete pensato di coinvolgere attivamente le vostre giovani lettrici e lettori nella redazione della rivista, ci racconti il vostro progetto “Redazione in classe”?

Uno dei punti forti di PLaNCK! è proprio la “Redazione in classe” che facciamo prima di ogni uscita coinvolgendo due classi della scuola primaria o secondaria, e devo dire che i risultati sono incredibili! L’attività funziona così: la classe viene divisa in gruppi e ogni gruppo diventa una piccola redazione che ha il compito di fare un articolo di giornale partendo dai testi che noi abbiamo preparato e che saranno poi pubblicati in PLaNCK!. Questo ha due obiettivi: far lavorare i più piccoli alla creazione di un articolo rendendoli partecipi del nostro progetto e dare un feedback a noi che vediamo se i ragazzi capiscono i contenuti che abbiamo impostato. Innanzi tutto i testi che diamo ai ragazzi sono senza titolo e quindi... via alla fantasia! Ogni gruppo deve inventarsi il suo titolo e noi da questo capiamo se contenuto e messaggio del testo sono chiari. Ne vengono fuori veramente delle belle! Per noi sono una sorta di “revisione” fatta da quelli che saranno poi i lettori della rivista. Crediamo che avere un feedback di questo tipo sia fondamentale per la qualità del progetto perché fa sì che i contenuti non vengano semplicemente “calati dall’alto” ma vengano anche proposti e rivisti sulla base di quello che il pubblico vuole e ha bisogno di sapere. Non vuol dire che adattiamo tutto al minimo commento che un ragazzo fa, ma lo valutiamo, lo pesiamo e poi cerchiamo di modificare quello che avevamo pensato inizialmente. È complesso, lo ammetto, ma dà di sicuro un valore aggiunto al progetto e avvia un processo di creazione dei contenuti condiviso.

Poi pubblichiamo su PLaNCK! la foto di classe e… lascio immaginare la felicità dei ragazzi!

Ci sono episodi che ti hanno colpito particolarmente durante questa attività?

Tantissimi! Cerco di scegliere i migliori. In generale mi ha colpito molto il fatto che il “cartaceo” non viene visto male da ragazzini che molti credono adatti solo alle nuove tecnologie… anzi! Sono così orgogliosi quando alla fine hanno in mano il loro articolo tutto colorato! E, a proposito di colori, alcuni ragazzini hanno una capacità incredibile di riprodurre le immagini scientifiche che portiamo come esempio, e ci mettono così tanto impegno che ci lasciano a bocca aperta.

Uno degli episodi che però mi ha colpito di più è stato quando un gruppo stava lavorando all’intervista fatta alla giovane scienziata Chiara, 28 anni. Alla nostra domanda «È tutto chiaro?», una ragazzina ha chiesto: «Ma possiamo vedere Chiara? Com’è fatta?» L’unica domanda è stata questa. Mi ha fatto riflettere, era un argomento di ricerca difficile ma loro volevano sapere com’era fatta Chiara, volevano vedere chi c’era dietro la ricerca. Da allora ci portiamo sempre le foto degli scienziati intervistati alle attività perché i piccoli sono contenti quando vedono chi c’è dietro quello che raccontiamo. Anche durante altre attività, quando mi presento ai ragazzi dicendo che sono una scienziata restano tutti sbalorditi e mi chiedono «Davvero?» e io rispondo sempre «Certo, come dovrebbe essere uno scienziato? Pensate che è pieno di scienziati in giro per la strada mentre voi camminate!» E lo stupore è tanto. Io non mi stupisco più e continuo a rendermi conto che i ragazzi hanno bisogno di uscire dall’immaginario comune dello “scienziato-in-laboratorio” e capire prima di tutto che la scienza ha un volto e che ci tocca molto più da vicino di quello che pensiamo, cosa che credo sia molto utile se avviene quando si è piccoli.

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Un altro episodio che si ripete sempre e di cui rimango sempre colpita riguarda la risposta alla domanda «Cosa succede se mescolo queste due sostanze?» La risposta molto spesso è «Esplode!», quando magari si sta aggiungendo un sale all’acqua. Detta così fa ridere ma una risposta così, ripetuta molte volte, fa capire che spesso la scienza è abbinata al “sensazionale”. Tanti lavori di divulgazione scientifica mettono in primo piano lo spettacolo che la scienza offre. Non è sbagliato spettacolarizzare, anzi, ci sono meraviglie incredibili nella scienza e per la comprensione di fenomeni complessi la “meraviglia” aiuta, ma bisogna stare attenti a bilanciare tra quello che è meraviglia e quello che è rigore e metodo scientifico, costanza del lavoro, applicazione della scienza alla vita di tutti i giorni e il suo rapporto con la società. Niente esclude l’altro e la sfida nella divulgazione sta proprio nel riuscire a combinare tutti i livelli e gli aspetti che la divulgazione scientifica comprende.

Una parte della rivista ospita interventi e interviste a ricercatori e docenti che raccontano il mondo della ricerca; quale è secondo voi il valore aggiunto di questo spazio e come scegliete le storie da raccontare?

Per raccontare la scienza crediamo sia importante far conoscere anche i lavori di chi dedica la proprio vita a questa materia, prima di tutto per farne conoscere gli sviluppi fuori dalle mura accademiche e far capire che la scienza va avanti tutti i giorni, poi anche per “umanizzare” il lavoro dello scienziato e per veicolare un messaggio molto importante: le scoperte scientifiche non nascono per caso perché qualcuno un giorno si sveglia e ha un’idea geniale. Magari può capitare ma generalmente le idee sono frutto di anni di studio, partendo dal sapere raggiunto fino a quel momento, di un lavoro di gruppo in cui ricercatori più o meno giovani si confrontano e imparano a lavorare insieme... e anche di esperimenti andati male. Per questo cerchiamo di variare nella scelta degli intervistati: intervistiamo dai direttori di gruppi di ricerca a dottorandi o assegnisti, per mettere in luce la varietà di persone e di approcci che ci possono essere.

Le storie vengono scelte sulla base dell’argomento dell’uscita di PLaNCK! e cerchiamo di variare anche nella scelta delle storie, non solo dei protagonisti delle storie.

C’è qualcosa che ti interessa sapere in particolar modo dai ricercatori?

Devo dire che le mie domande preferite, al di là di quelle sullo specifico argomento della ricerca, sono «Cosa ti piace di più del tuo lavoro?» e «Perché hai deciso di fare lo scienziato?» Questo aiuta sia i piccoli lettori che gli stessi scienziati e le risposte sono spesso molto belle, davvero. C’è chi sogna di fare lo scienziato fin da piccolo, chi invece l’ha fatto per gioco, chi è stato indeciso fino all’ultimo tra cose completamente diverse... e chi del suo lavoro ama il fatto che a volte in laboratorio non funziona niente e allora bisogna mettere in campo tutta la creatività e la passione che si ha per risolvere il problema e vincere una sfida verso un grande risultato.

Chi lavora in università è secondo te sempre consapevole del ruolo della divulgazione scientifica nella nostra società? Quali contributi vi arrivano e quali difficoltà avete incontrato nel relazionarvi con le ricercatrici e i ricercatori?

Non sempre chi lavora nella scienza tutti i giorni è consapevole del ruolo della divulgazione scientifica nella società e della complessità che ha la divulgazione scientifica. La questione secondo me tocca vari aspetti e non è così semplice. In generale ci sono diversi approcci alla divulgazione da parte degli scienziati: c’è chi non vuole nemmeno sapere cosa sia, chi la fa perché deve, chi la vuole fare solo a modo suo, chi la adora... però alla fine sono poche le persone che sono consapevoli di cosa significhi “fare divulgazione scientifica” e i motivi sono tanti. Da un lato un primo aspetto che spesso blocca gli scienziati è legato ai fondi e al tempo a disposizione che portano la divulgazione scientifica ad essere un obbligo perché richiesto all’interno degli stessi progetti scientifici, spesso senza dare alcun vantaggio alla carriera del singolo ricercatore, cosa che al giorno d’oggi per molti è un parametro fondamentale.

Dall’altra un aspetto ancora più complesso è la comprensione del ruolo del ricercatore oggi, cosa direttamente collegata al ruolo della divulgazione scientifica nella società. Secondo me “fare scienza” oggi dovrebbe includere la comprensione del proprio ruolo di scienziato e del “fare divulgazione” oltre l’evento organizzato in piazza. Una consapevolezza di base dovrebbero averla tutti i ricercatori. Avere la consapevolezza però non significa che tutti poi sono obbligati a fare divulgazione, anzi. Qui entrano in gioco le capacità e gli interessi personali, e anche una forma di accettazione del fatto che gli scienziati non possono divulgare da soli, come anche i non-scienziati (giornalisti, filosofi, sociologi...) non possono divulgare la scienza da soli. È dal dialogo tra le diverse competenze e i diversi punti di vista che la divulgazione scientifica verso la società diventa efficace. Inoltre lo scienziato che fa divulgazione dovrebbe anche porre attenzione all’impatto che la parola di uno scienziato ha sulla società perché l’“essere scienziato” ha una sorta di “potere”. Anche qui la consapevolezza del proprio “potere” è fondamentale e bisogna stare attenti a non abusarne. Fare divulgazione scientifica è molto complesso.

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In PLaNCK! abbiamo ricevuto diversi tipi di contributi dalla ricerca e mi sento di dire che quasi tutti sono stati, per quanto io possa dare un parere, molto buoni e abbiamo incontrato sempre persone entusiaste e aperte a collaborare con noi.

Le difficoltà che abbiamo incontrato sono state per lo più in fase di avvio del progetto e più relative al far comprendere che il progetto PLaNCK! è qualcosa che va oltre la rivista scientifica, che non è nemmeno una pubblicazione accademica, che mira a unire mondi diversi (la scuola e l’università in primis), che ci lavorano tante teste e che proprio questo è il grosso valore aggiunto che porta a un modo di ragionare che antepone la collaborazione alla competizione. Le altre difficoltà, sempre in fase di avvio del progetto, sono state relative all’acquistare fiducia da parte di tutti, inclusi i lettori, ma questo credo riguardi l’avvio di ogni nuova idea e non nello specifico la nostra.

Siete molto consapevoli del fatto che la divulgazione scientifica è una professione che richiede competenze varie e complesse; quali sono nella vostra esperienza i punti di forza della divulgazione offerta da una rivista come PLaNCK!?

Per fare divulgazione scientifica non basta essere scienziati né essere comunicatori, serve lavorare insieme e imparare uno dall’altro anche rinunciando a convinzioni che si hanno in partenza. Questo è il principale punto di forza del gruppo che cura PLaNCK!. Ma c’è di più, anche tra gli scienziati che curano i vari pezzi ci sono persone che hanno interessi in più campi e li coltivano per passione personale, dalla letteratura alla produzione culturale.

Inoltre la formazione data dal dottorato di ricerca per molti di noi è stata fondamentale perché ci ha aiutati a cogliere la complessità delle cose, a gestire un progetto e ci ha dato una capacità di analisi e di auto-critica che si può avere anche senza un titolo del genere ma che la formazione del dottorato di sicuro ha aiutato a sviluppare. Basta pensare alle revisioni! I nostri articoli di PLaNCK! escono dopo due revisioni, quella del comitato scientifico e quella dei ragazzi, e spesso ci troviamo a fondere commenti e osservazioni che vengono da due mondi molto distanti. Poi abbiamo una fumettista, il giornalista, gli insegnanti... tutte persone che mettono a disposizione le loro competenze per un progetto comune che deve necessariamente fondere competenze, punti di vista e approcci per un obiettivo condiviso.

Perchè secondo te non esiste un Planck che racconti anche le scienze umane?

Ma… magari esistesse! Credo che ci sia bisogno di tanti “Planck”, uno per ogni ambito della conoscenza, perché condividere i saperi e sensibilizzare un pubblico sia di bambini che di adulti aiuta a formare una cittadinanza consapevole.

Per rispondere alla domanda, credo che alla base ci sia una sorta di “pregiudizio” generale per cui tutto quello che non è “spettacolare” o “sensazionale” non possa essere divulgato, problema che si trova anche nella scienza. Inoltre credo si pensi che sia inutile o per lo meno difficile divulgare le scienze umane, e questo spesso anche da parte degli “addetti ai lavori”. Il pensiero più diffuso è che siano scienze teoriche, “noiose”, difficili da applicare, e credo che questo sia il motivo principale per cui manca un “Planck” delle scienze umane. È un peccato perché invece molto spesso le scienze umane riguardano proprio i fondamenti del pensiero e del comportamento dell’uomo e rispondono a tematiche molto più vicine a noi di quello che è lo sviluppo di un super-computer ad esempio.

Sono in evoluzione anche quelle, vanno al passo con la storia e ci riguardano da vicino... anche se niente “esplode”, “fa mille colori” o “brilla”. Ad esempio alla Notte Europea dei Ricercatori sarebbe bello vedere un protagonismo paritario tra scienze sociali, umane e scientifiche nel riportare al pubblico il loro lavoro.

Come è nata l'idea di coinvolgere Massimo Polidoro nella rivista e cosa gli avete chiesto?

Una cosa importante nella divulgazione scientifica è anche parlare delle “bufale scientifiche” che adesso sono di facile accesso anche ai più piccoli perché possono utilizzare grossi mezzi di comunicazione molto presto. Ecco che è nata l’idea di collaborare con Massimo Polidoro dopo averlo conosciuto a un evento a Padova nel novembre scorso, e con Polidoro abbiamo aggiunto una figura professionale al gruppo multi-disciplinare che già siamo. Abbiamo chiesto a Massimo Polidoro di suggerirci e inviarci del materiale su una bufala che sia inerente al tema del numero in modo che poi noi possiamo adattarla ai più piccoli. Oltre a raccontare le bufale insistiamo sul motivo per cui nascono e sul pensiero critico che andrebbe sempre applicato prima di fare false affermazioni, dando importanza anche all’uso delle fonti. Sono bambini e in PLaNCK! c’è poco spazio, ma magari a qualcuno rimane impresso il messaggio... speriamo!