Dall'Egitto agli alieni: il mito della cultura originaria

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  • 30-03-2017
  • di Marco Ciardi
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Dopo l’uscita dell’Origine delle specie (1859) di Charles Darwin, molti testi vennero dedicati ad esaminare il tema dell’origine e dell’antichità dell’uomo. Progressivamente, un numero sempre maggiore di scienziati e uomini di cultura cominciò a nutrire non solo la convinzione che la comparsa della specie umana sulla Terra risalisse ad un’epoca assai lontana nel tempo, ma che l’inizio della civiltà andasse ampiamente retrodatato rispetto alle tradizionali stime basate sulla cronologia biblica.

Secondo i sostenitori di questa tesi, infatti, le prove disponibili erano numerose e convincenti. Ma dove era nata la civiltà? Esisteva un’origine comune delle grandi nazioni dell’antichità?

Parecchi studiosi erano sicuri di questo e le loro opinioni finirono per dar vita ad un paradigma interpretativo di grande successo fino alla metà del Novecento: il diffusionismo. Secondo la teoria diffusionista, era impossibile che un’invenzione o un'innovazione potessero ripetersi due volte in luoghi diversi. Perciò era evidente che tutte le conoscenze dovevano essere state trasmesse da un luogo originario: molti pensavano all’antico Egitto, altri all'Asia centrale.

Per alcuni, invece, il centro di diffusione andava ricercato nella mitica Atlantide. A questo proposito possono essere citati i lavori di Lewis Spence, un giornalista scozzese dedito all’esame delle culture americane. Spence pubblicò vari libri dedicati ad Atlantide, ispirandosi in particolare agli studi di Grafton Elliot Smith, da lui definito “il Galileo della mitologia”.

Elliot Smith, tuttavia, riteneva che la civiltà avesse avuto inizio non nell'Atlantide, ma in Egitto, da dove si era poi diffusa nel resto del mondo. La sua teoria, che venne chiamata “iperdiffusionismo egittocentrico”, esposta per la prima volta in The Ancient Egyptians and the Origin of Civilization (1911), dette vita alla cosiddetta Scuola di Manchester. Elliot Smith fu coadiuvato dall’allievo e collaboratore William James Perry, che fu uno scrittore prolifico; queste alcune delle sue opere: The Megalithic Culture of Indonesia (1918), The Origin of Magic and Religion (1923), The Growth of Civilization (1924). Secondo la scuola di Manchester, le grandi culture asiatiche, europee ed americane avevano tratto origine da quella egizia; ciò era dimostrato dalla diffusione dell’imbalsamazione, del culto solare, del mito della creazione del mondo e della sua rigenerazione grazie al diluvio, nonché di scienze quali l’astronomia, la geometria e l’aritmetica, per non parlare della innegabile somiglianza tra le costruzioni architettoniche, come, ad esempio, le piramidi egizie e i templi messicani.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, tuttavia, gli sviluppi delle ricerche nell'ambito dell'archeologia, della geologia, della genetica, della linguistica e di molte altre discipline portarono alla definitiva smentita del diffusionismo. Un grande aiuto venne in questo senso anche dalla messa a punto della datazione mediante radiocarbonio, ideata dal chimico statunitense Frank Libby. Fu così provata la nascita autonoma di numerose civiltà, dotate di notevole ingegno e grandi capacità creative.

Paradossalmente, tuttavia, proprio in quegli anni, il diffusionismo trovò una valvola di sfogo attraverso l'esplosione della cosiddetta “teoria degli antichi astronauti”, cioè l'idea che gli extraterrestri siano sbarcati sulla Terra in un lontano passato, influenzando la storia della specie umana. Negando che i popoli della Terra fossero stati in grado di dare vita a culture evolute e sofisticate, i sostenitori della teoria degli antichi astronauti non facevano altro che riproporre una forma di diffusionismo interplanetario. Inoltre, ovviamente, essi rifiutavano di accettare i risultati ottenuti dai ricercatori specializzati: «vi sono particolari propri ai miti delle più antiche e lontane civiltà, che non permettono di dubitare della loro origine comune». Così affermava Peter Kolosimo nel suo primo libro, Il pianeta sconosciuto (1959). E così continueranno a sostenere decine e decine di autori fino ai giorni nostri, ignorando le conclusioni a cui l'intera comunità scientifica era praticamente giunta fin dalla fine degli anni '60 del Novecento.

Per rendersi conto di questo può essere molto interessante leggere le interviste effettuate nel 1966 da Roger A. Caras, per conto di Stanley Kubrick (in vista della preparazione di 2001: Odissea nello spazio) a ventuno eminenti studiosi, fra cui Isaac Asimov, Frank D. Drake e Aleksandr I. Oparin.

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Fra i vari quesiti posti agli intervistati sulle possibilità e sulle caratteristiche della vita intelligente extraterrestre, sui possibili risvolti conseguenti al primo contatto fra umani e alieni, e così via, ce n'era anche uno specifico relativo alla teoria degli antichi astronauti. Nell'ambito del nostro discorso, è utile soffermarsi un attimo sull'intervista alla celebre antropologa statunitense Margaret Mead, in quel momento curatrice della sezione etnologica dell'American Museum of Natural History. Questa la domanda posta da Roger Caras: «Dottoressa Mead, ultimamente sono stati pubblicati, soprattutto in Russia, molti scritti di carattere popolare con reperti, disegni, incisioni rupestri che sembrano raffigurare uomini con caschi spaziali. Secondo la sua esperienza esistono prove che una qualche cultura sia stata influenzata da una visita di extraterrestri o c'è qualcosa che somiglia a un artefatto di natura extraterrestre?» La risposta era categorica: «No, non credo». L'argomentazione di Margaret Mead si basava proprio sulla ormai dimostrata inadeguatezza del vecchio modello diffusionista, ampiamente superato dallo sviluppo della ricerca: «Spesso in antropologia è stata sostenuta l'idea di una passata cultura che avrebbe inventato praticamente tutto; un'idea particolarmente diffusa negli anni venti.

Elliot Smith e Perry hanno fatto risalire tutto all'Egitto. Se si sostiene una cosa del genere, del tutto ingiustificata, a quel punto si può anche dire che qualcuno sia atterrato in Egitto e abbia insegnato tutto agli egiziani». Ciò non significava, ovviamente, non credere alla presenza di vita extraterrestre, anche intelligente, nell'universo.

Come avrebbero avuto modo di affermare tutti gli intervistati, si trattava di due questioni di ordine diverso. Invitata da Caras a riformulare nuovamente il suo pensiero su questo specifico punto, l'antropologa statunitense tornava a ribadire: «Alcuni sostengono che l'unico modo per spiegare il progresso di alcune civiltà del passato sia affermando che a un certo punto sulla Terra è atterrata una forma di vita intelligente che ha insegnato cose come Stonehenge e la complessità delle misurazioni astronomiche, scoperte ora studiando il sito. In passato si è tentato spesso di dare ogni responsabilità a una brillante civiltà esistita da qualche parte. Negli anni venti Elliot Smith e Perry hanno proposto la teoria secondo la quale tutto deriva dall'Egitto. Se si accetta l'idea che tutto venga da un unico luogo, è breve il passo per immaginare che furono dei viaggiatori dello spazio atterrati sulla Terra a insegnare tutto agli egizi. Oggi nessuno sostiene più questa posizione».

Purtroppo, con una simile affermazione, Margaret Mead si riferiva alle persone che hanno ben chiaro come funziona la ricerca, sia in campo scientifico che storico, e quali siano i valori e le regole che stanno alla base di tale ricerca.

Per questo motivo, tutti gli autori che da quel momento fino ad oggi hanno voluto insistere nel sostenere la teoria degli antichi astronauti, basandosi su elementi assolutamente inconsistenti, non possono che essere definiti pseudoscienziati e pseudostorici.

Riferimenti bibliografici


  • M. Ciardi. 2017. Il mistero degli antichi astronauti, Roma: Carocci.
  • P. Kolosimo. 1959. Il pianeta sconosciuto, Torino: Società Editrice Internazionale, p. 143
  • S. Kubrick. 2011. Interviste extraterrestri (2006), a cura di A. Frewin, Milano:
Isbn Edizioni, pp. 115-124.