Scimmioni e preistoria; Heilpraktiker tedeschi; Storia e metodo scientifico

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Scimmioni e preistoria


Oggi ho letto il bellissimo articolo di Stefano Oss, chiaro ed esaustivo. Studio Preistoria da quarant'anni: perché scrivere che Settantamila anni fa sulla terra vi erano solo Scimmioni? Poiché i sapiens erano già presenti, noi stessi siamo Scimmioni?

Roberto Lodi

Sull'ultimo numero di Query, nell' articolo di Stefano Oss "Alla velocità della luce" - apprezzabile per lo stile chiaro e piacevole, come deve essere appunto la scienza divulgata - l'autore sostiene che "Settantamila anni fa sulla Terra c'erano solo scimmioni..." (p.21). Giudizio poco generoso per l' Homo Sapiens di cui, a quella datazione, si conoscono le caratteristiche evolutive avanzate che includevano tra l'altro il pensiero simbolico-astratto (grotta di Blombos, Sudafrica pezzi di ocra con segni regolari incisi risalenti a 75.000 anni fa), per non dire della tecnica litica e delle capacità comunicative. Per parlare di "scimmioni" bisogna andare indietro almeno a 5-6 milioni di anni e incontrare le scimmie antropomorfe (Hominidae) progenitrici, attraverso varie diramazioni evolutive, dei generi pongo, gorilla, pan e homo. Homo Sapiens dell'epoca, forse esteticamente poco gradevole, aveva però un cervello non di tanto inferiore a molti esemplari del Sapiens Sapiens oggi in circolazione.

Marco Danesi

Risponde Stefano Oss:

Il Sig. Lodi ha ragione facendomi notare che circa 70000 anni fa sulla Terra era già a spasso (e da svariate migliaia di anni, anche se non in Europa, a quanto si capisce) la specie Homo Sapiens del genere Homo. Personalmente comunque a tutt'oggi e con massimo affetto per l'Ordine dei Primati a cui appartengo assieme agli scimpanzé (con i quali condivido più del 98% del patrimonio genetico) mi considero uno scimmione e tutto sommato non troppo evoluto, visto i disastri che riusciamo ancora a combinare.

È vero, avrei dovuto specificare meglio nell'articolo citato in che senso parlavo di "scimmione", ma avevo solo 8000 caratteri con i quali parlare di luce e non di preistoria, per la quale nutro massimo rispetto e ammirazione.

Grazie comunque della simpatica nota dei lettori!

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L’incredibile caso degli Heilpraktiker tedeschi


Sul numero 26 di Query, nell'articolo "Sulla scienza nazista", si legge che nella Germania nazista, secondo un decreto del 1935, chiunque avesse compiuto 21 anni poteva esercitare la professione medica sul suolo tedesco senza laurea in medicina.

Ma non meravigliamoci troppo perché ciò che fa rimanere allibiti è che nella Germania attuale ci sono circa 43.000 "Heilprktiker" (persone che senza laurea esercitano la professione medica) e che tale attività risulta legale e che gli studi sono segnalati da regolari targhe con scritto "Heilpraktiker".

Per diventare tale bisogna avere compiuto 25 anni ed avere frequentato una delle tante scuole dove si impara tale attività.

Incredibile, ma vero.

Gherardo Poletti
Medico

Storia e metodo scientifico


Vorrei comunicare alcune perplessità suscitate dalla lettura dell’articolo “Caso Moro: il mistero del "motociclista fantasma”, apparso sul numero 26 di Query, i cui contenuti mi paiono in contrasto con il progetto editoriale della rivista. L’articolo sembra suggerire che il lavoro storiografico debba riprodurre la ricerca in laboratorio come se il metodo di indagine conoscitiva fosse unico e come se i documenti di archivio fossero assimilabili ai risultati di un esperimento.

L’articolo contiene elementi di criticità che sollecitano una riflessione generale sul metodo scientifico e le specificità disciplinari.

Indagare i misteri del paranormale è attività diversa dall’affrontare i problemi di un’indagine storica o investigativa. Nel primo caso si cercano spiegazioni per fatti osservabili nel presente (per esempio, la liquefazione del “sangue di San Gennaro” o i cerchi nel grano), nel secondo caso si usano indizi e testimonianze per ricostruire eventi accaduti nel passato. In entrambi gli ambiti di ricerca, il mistero è dato dalla mancanza di risposte ma l’approccio non può essere identico. Nell’indagine sperimentale i dati da usare sono il risultato di situazioni controllate dallo sperimentatore, nell’indagine storiografica i dati rilevanti precedono l'intervento del ricercatore.

In ambito storico e giudiziario, il lavoro sui documenti è basilare, ma non si può assumere che ciò che non è documentato non sia mai accaduto, come se l'assenza di prove fosse una prova. Il significato del risultato nullo non è equivalente nei due ambiti di ricerca. Mentre è doveroso dire che un farmaco non è efficace in assenza di riscontri sperimentali, affermare che un fatto non è accaduto (o non è ipotizzabile) in assenza di riscontri o materiale d’archivio non è giustificato. L'ipotesi che un farmaco funzioni, se supportata da modelli e letteratura scientifica, consente la realizzazione di esperimenti controllati ed è rigettata in caso di risultati negativi o nulli; l'ipotesi che un evento sia accaduto, se supportata da argomenti e indizi, orienta lo sviluppo delle indagini ma non decade nel caso la ricerca di documenti e testimonianze non produca riscontri.

Verificare una interpretazione e invalidare una teoria sono l’obiettivo di ogni indagine scientifica ma non devono essere confusi con la valutazione di attendibilità e validità dei dati. Una interpretazione ha bisogno di essere sostenuta da risultati validi e attendibili, ma dimostrare la non validità di un risultato non significa rigettare una interpretazione. Nel caso della strage di via Fani, mettere in evidenza errori investigativi non significa aver risolto misteri. Considerare inaffidabile un testimone non esclude con certezza la presenza della Honda; allo stesso modo, riuscire ad escludere la presenza della Honda non dimostra l’assenza di un eventuale ruolo dei servizi segreti.

In questi anni il CICAP ha avuto un ruolo fondamentale nel promuovere la cultura scientifica e il rigore metodologico. Non bisogna fare passi indietro o apparire incoerenti. Per questo motivo è importante sottolineare che il metodo sperimentale non può essere applicato alla storia, né può essere usato per giudicare gli storici. Testare un'ipotesi in laboratorio e cercare o analizzare documenti in archivio non sono la stessa cosa. Il discorso scientifico non può ignorare le differenze tra le diverse discipline e la complessità del metodo storiografico.

Mi auguro che su questi temi si apra una discussione per evitare di assumere posizioni che rischiano di apparire indebite intromissioni nel dibattito tra gli storici o impropri tentativi di imporre alle discipline umanistiche il metodo delle scienze di laboratorio.

Roberto Cubelli

Risponde Massimo Polidoro:

Sottoscrivo in pieno l’idea del professor Cubelli secondo cui, data la natura dei fenomeni di cui si occupa la storia, sarebbe insensato applicare in quest’ambito il metodo sperimentale. Né io né il CICAP, del resto, abbiamo mai pensato che l’assenza di prove relative a un fatto ne dimostri automaticamente l’inesistenza. A tutt’oggi nessuno conosce l’identità dell’assassino divenuto noto come Jack lo squartatore, ma ciò non significa che non sia esistito e i delitti a lui attribuiti sono lì a dimostrarlo.

Non posso parlare per Gianremo Armeni, l’autore intervistato nel mio articolo, ma mi pare che nemmeno lui sostenga questa idea. Nel suo lavoro si è limitato a evidenziare l’inattendibilità della testimonianza oculare, se presa come unica prova a sostegno di un fatto, e le distorsioni e superficialità presenti in alcune inchieste.

Tutto questo non porta automaticamente a concludere che ciò che non è stato documentato non è avvenuto, ma certamente solleva forti dubbi sulla veridicità di fatti a lungo considerati come assodati.

Sul tema della Honda, del resto, il parere di Vladimiro Satta, uno storico e documentarista del Senato che si è occupato della documentazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi dal 1989 al 2001, coincide con quello di Armeni.

«...gli amanti dei complotti» scrive Satta nel suo I nemici della repubblica (Rizzoli, 2016) «usano aggrapparsi alla Honda e disegnare scenari di ogni sorta intorno all’identità dei motociclisti, presumendo più o meno fondatamente che fossero partecipanti all’imboscata di via Fani, aggiungendo arbitrariamente che non erano brigatisti e concludendo che dunque i terroristi avevano imprecisati complici (o padroni)».

E, dopo un’attenta disamina dei fatti, aggiunge che, storicamente, «la sentenza giudiziaria è meritevole del dovuto rispetto ma non è necessariamente vincolante e riconsiderandola... deve concludersi che molto probabilmente è sbagliata».

Rimando al volume di Satta per ulteriori approfondimenti.