La scienza in valigia; Dark Matter; I nemici della Repubblica; Il vaccino non è un'opinione; Jules Verne e l'esoterismo...

  • In Articoli
  • 28-11-2016
  • A cura di Anna Rita Longo

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La scienza in valigia
Jacopo Pasotti
Codice Edizioni, 2016
pp. 205, € 18


Recensione di Elisa Frei

Il libro di Pasotti si legge proprio volentieri anche ora che purtroppo l’estate è finita e si sognano già, dalla scrivania del proprio ufficio, le prossime vacanze. La scienza in valigia non è propriamente una guida turistica, ma illustra, divertendo, una serie di curiosità scientifiche e tecnologiche legate al tema del viaggio e, non da ultimo, fornisce anche qualche spunto interessante sulle mete più affascinanti dal punto di vista della biodiversità. L’autore è per sua stessa ammissione un gran viaggiatore, sempre con la valigia (e l’attrezzatura scientifica) pronta nell’eventualità di una partenza last minute: visto che questa non si realizza con la frequenza che vorrebbe, si accontenta anche solo di provare quella sensazione di libertà e gioia che dà progettare il prossimo itinerario.

Negli ultimi decenni il tema del viaggio è diventato di pubblico interesse perché, nonostante la crisi economica e i problemi a livello globale, sono sempre più le persone che si muovono nel mondo. Il volume si articola in una serie di capitoli nei quali si affrontano varie tematiche, avvalendosi spesso di schemi e grafici per meglio spiegare alcuni concetti; il tono dell’opera è divulgativo e ironico ma al contempo documentato e affidabile. Anzitutto Pasotti si occupa delle destinazioni, interrogandosi su che cosa siano i “tropici”, perché siano contraddistinti da un particolare clima, perché siano entrati nel nostro immaginario, quale fauna e flora li popolino; stessa attenzione viene riservata ad altre zone del globo quali l’artico, il deserto, le megalopoli... L’autore evidenzia inoltre come alcune realtà siano delle vere e proprie «fucine di biodiversità»: la foresta amazzonica o le acque dell’Indonesia sono, ad esempio, particolarmente stimolanti dal punto di vista scientifico.

Pasotti si concentra poi sulle innumerevoli malattie che si possono contrarre viaggiando. Come ogni turista ha avuto modo di sperimentare, allontanarsi dal proprio ambiente implica indebolire il proprio organismo, entrare in contatto con animali velenosi o insetti sconosciuti, soffrire i fastidi del barotrauma (causato sulle orecchie dal cambiamento di pressione) in aereo e della chinetosi in nave, subire lo stress del jet lag, venire contaminati da batteri e virus che ci causeranno disagi o malattie (la cosiddetta diarrea del viaggiatore è comunissima tra i turisti). Sempre restando nell’ambito delle paure: il nostro veicolo sarà sicuro o no? Sappiamo che l’aereo è un mezzo di trasporto statisticamente meno rischioso della macchina, ma molte persone si preoccupano per i fulmini (che, in effetti, colpiscono i velivoli, ma solitamente senza far danno) o per gli attacchi terroristici (prevenuti con sempre più dettagliati sistemi di controllo dei passeggeri e dei loro bagagli). In realtà, ciò di cui dovremmo avere più timore sono i batteri con cui entriamo in contatto toccando, come migliaia di altre persone, le aree comuni: Pasotti evidenzia come non ci sia luogo più “pericoloso” delle porte dei bagni in aeroporto!

Al di là di tutte le difficoltà connesse al viaggio, oggi siamo certamente più preparati dei nostri predecessori che, fino a pochi secoli fa, non possedevano neppure delle cartine con cui orientarsi. Quella che deve diventare la nostra principale preoccupazione è, quindi, il muoverci causando il minor danno possibile all’ambiente. Viaggiare in modo sostenibile è possibile? - si chiede in chiusa Pasotti. Molti tour operator e guide garantiscono la scoperta di mete incontaminate, inesplorate, “integre”… ma in realtà, al giorno d’oggi, sono davvero pochi i luoghi su cui l’essere umano non abbia avuto alcuna influenza. Pensiamo anche solo all’inquinamento: raggiunge le montagne più inaccessibili così come il fondo del mare, non lasciando scampo ad alcun angolo della superficie terrestre.

Ammettendo, dunque, che qualsiasi spostamento umano avrà un certo impatto su fauna, flora e popolazioni che coinvolge, dagli anni Ottanta si è, però, sempre più alla ricerca di un turismo che possa «proteggere la natura, generare entrate economiche, educare alla conservazione, essere di qualità e includere una partecipazione locale». Non è facile purtroppo comportarsi in modo davvero “eco” e i pacchetti che si dichiarano tali in realtà non lo sono, né lo potrebbero essere: le strutture turistiche di molti paesi sono state costruite abbattendo con la dinamite vaste aree naturali, e con il fabbisogno della loro ricca clientela consumano risorse maggiori di quelle che ha a disposizione la popolazione del luogo (basti pensare che, in media, un turista utilizza sette volte le risorse idriche di un abitante locale, perché si fa la doccia più spesso e più a lungo, usa l’idromassaggio etc.). I turisti, poi, sono destinatari di molti traffici illegali: con superficialità comprano souvenir “proibiti” (come avorio, corallo, “medicine” tradizionali preparate con piante o parti di animali in via di estinzione) e così facendo non si curano degli effetti delle loro azioni. L’opera di Pasotti si chiude, quindi, con l’invito a un turismo più ecosostenibile: suggerimento che speriamo i suoi lettori possano accogliere, per lasciare ai posteri un mondo così bello da visitare come lo è il nostro.

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Dark Matter and the Dinosaurs
Lisa Randall, 2015
pp. 323, € 19,40


Recensione di Raffaele Brilli

Circa 66 milioni di anni fa, l’impatto di un meteorite sulla superficie terrestre sfociò in una delle più spaventose estinzioni di massa del nostro pianeta, portando alla scomparsa del 76% delle specie viventi, costituite in larga parte dai tanto affascinanti dinosauri. Come può questo evento, ormai consolidato nell’immaginario comune, esser connesso alle più recenti ipotesi della fisica teorica?

Tenta di spiegarcelo Lisa Randall, che nella sua ultima ambiziosa opera, Dark Matter and the Dinosaurs (non ancora tradotta e pubblicata in lingua italiana), collega una delle più misteriose teorie della cosmologia, quella della materia oscura, all’estinzione dei dinosauri.

L’obiettivo dell’autrice, fisica statunitense giunta alla notorietà non solo per il suo contributo nella ricerca ma anche per le sue precedenti pubblicazioni nel campo della divulgazione scientifica, è quello di offrire anche al lettore inesperto la possibilità di avvicinarsi alla fisica teorica, suscitando il suo interesse sia attraverso un linguaggio il meno tecnico possibile sia riferendosi a un esempio storico noto a chiunque, cioè la fine del dominio dei dinosauri sulla Terra.

Il modello cosmologico da lei descritto, e condiviso da una buona parte della comunità scientifica, ci mostra un universo composto per la maggior parte da una materia invisibile, “oscura” appunto, che non può essere osservata con nessuno strumento ottico, in quanto priva della capacità di emettere radiazioni luminose. Nonostante la sua imperscrutabilità, questa sarebbe in grado di interagire con la materia da noi conosciuta tramite una forza che la scrittrice denota con l’antitetica locuzione “dark light” (letteralmente “luce oscura”), che interagirebbe con i corpi alterandone i movimenti.

E potrebbe proprio essere questa, nello scenario presentato nel testo, la causa che portò l’enorme massa siderale a cambiare la sua traiettoria attorno alla Via Lattea e a dirigersi verso il nostro pianeta, devastandone la superficie.

Ovviamente questa della Randall è, come lei stessa evidenzia nello scritto, solo una speculazione, un “esperimento mentale” non supportato da nessuna evidenza scientifica, ma funge da esempio per esporre come la verifica delle ipotesi delle attuali teorie fisiche condurrebbe a un rivoluzionamento delle nostre prospettive, rimettendo in discussione anche le nozioni che consideriamo del tutto acclarate.

La docente di Harvard riesce così nel suo intento di comunicare al pubblico la rilevanza che la fisica teorica – disciplina che molti vedono come lontana anni luce da noi – ha nel nostro quotidiano e nel nostro modo di interpretare la realtà.

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I nemici della Repubblica
Vladimiro Satta
Rizzoli, 2016
pp. 894, € 28


Recensione di Massimo Polidoro

I nemici della Repubblica è il documentatissimo, nuovo saggio di Vladimiro Satta dedicato agli “anni di piombo” che, a differenza di altri lavori, dimostra un approccio rigoroso e scientifico, da parte dell’autore, impegnato a sfatare miti e leggende.

Prima di tutto va detto che Satta è uno storico e un documentarista del Senato, una persona, cioè, che per mestiere si è occupata di studiare e cercare un ordine nella documentazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo e le stragi. Lo ha fatto dal 1989 al 2001 e, dunque, è forse oggi una delle persone più indicate per affrontare senza preconcetti certi temi.

Perché il rischio di faziosità, quando si tocca un nervo così sensibile come quello delle stragi e del terrorismo di destra e sinistra, che ha scosso il paese tra la fine degli anni Sessanta e gli Ottanta, è altissimo. Il pericolo è proprio quello di scegliere la versione che più si conforma alle nostre opinioni.

«Sono convinto» scrive invece Satta nell’introduzione «che la ricerca storica non debba essere la continuazione della lotta politica con altri mezzi e che la risposta dello Stato democratico ai suoi nemici, fatta di luci e di ombre, vada analizzata prestando alle une la medesima attenzione che si presta alle altre. Emergerà così un quadro assai più realistico di quelli proposti dalle consuete raffigurazioni in chiave di complotto, le quali non a caso risultano a volte caricaturali e altre volte nebulose, mai convincenti».

«In realtà» continua Satta, «gli errori e le manchevolezze di vario tipo – operativo, amministrativo, giudiziario, normativo e politico – furono compensate da decisioni opportune e da successi che, messi insieme, portarono alla vittoria finale».

Questo, comunque, non significa che Satta prenda per buone a scatola chiusa le versioni “ufficiali”. Piuttosto, vuol dire che ogni vicenda, le sue origini e conseguenze saranno esaminate sulla scorta dei fatti accertati e valutati in modo competente e non attraverso i filtri dell’ideologia.

Tra i risultati dell’inchiesta, che l’autore anticipa nell’introduzione, ci sarà anche il fatto che si vedrà come «gli attacchi contro la democrazia furono di provenienza varia, e non già un’unica trama recitata da attori che un Grande Vecchio travestiva con costumi dai colori diversi di volta in volta».

«Da documentarista» precisa infine Satta «ho contratto la deformazione professionale di documentare abbondantemente tutto quello che affermo».

Ed è esattamente l’approccio che occorre chiedere a chi affronta argomenti delicati come questi. Una lettura consigliata.

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Il vaccino non è un’opinione
Roberto Burioni
Mondadori, 2016
pp. 168, € 16,50


Recensione di Simone Raho

Lo scrivo subito: quello di Roberto Burioni, professore di microbiologia e virologia all’Università “Vita-Salute San Raffaele” di Milano, è un libro da leggere e conservare. L’argomento è attuale e scottante e riguarda tutti noi e la nostra salute; pertanto un’informazione corretta è il presupposto indispensabile, soprattutto quando il tema principale è quello dei vaccini.

Lo sappiamo, la comunità scientifica internazionale è compatta: i vaccini sono un’arma sicura ed efficace contro virus e altri patogeni e sono senza ombra di dubbio una delle grandi vittorie della medicina moderna. Al di fuori della massa compatta degli scienziati, una sparuta (ma rumorosa) minoranza di antivaccinisti, tra cui anche non pochi medici, da tempo propugna l’infondata tesi della pericolosità e dell’inutilità dei vaccini. Con il loro credo cercano di influenzare l’opinione pubblica anche in materia di sanità. Questo ha contribuito a creare negli anni un clima di paura che ha avuto come risultato un calo nelle vaccinazioni. Siete una coppia di genitori con un figlio da vaccinare ma siete timorosi? Volete saperne di più sull’argomento ma temete di non avere le competenze necessarie per discernere tra le varie fonti disponibili? Questo libro è quello che fa per voi. Il professor Burioni affronta con un linguaggio chiaro e comprensibile a tutti ogni tematica legata alla questione dei vaccini. A partire da una necessaria premessa storica, verremo introdotti nell’argomento con esempi concreti e diretti; ogni tesi addotta dagli antivaccinisti come presunta prova della pericolosità dei vaccini viene puntualmente sviscerata e smontata grazie alla forza dei dati scientifici: semplici, diretti e inoppugnabili. Sì, perché alle fantasiose e mai dimostrate argomentazioni antivacciniste, l’autore replica con la forza diretta degli studi internazionali.

Non si deve temere, però, che il libro sia una fredda esposizione di numeri e tabelle. Al contrario, lo stile è diretto e appassionato: l’Autore conosce la materia come pochi ed è perfettamente in grado di renderla fruibile e comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Né ci va “di fioretto” con gli antivaccinisti: ma anzi si impegna a smentire in maniera netta e decisa le loro supposizioni prive di ogni fondamento. E allora leggendo il libro si capirà perché i vaccini non provocano l’autismo, perché sono tra i farmaci più sicuri, perché è importante rispettare tempi e modi di somministrazione, perché dietro lo sviluppo di questi farmaci non si nasconde alcun complotto delle case farmaceutiche. Questi e altri aspetti sono chiariti in maniera inequivocabile, usando come “arma” principale la robustezza dei fatti. Come dice il professor Burioni, è importante saper distinguere i fatti dalle opinioni. E l’utilità dei vaccini è un fatto, non un’opinione. Prendendo in prestito le parole dell’autore, si può concludere dicendo che vaccinare «è un grande segno di amore nei confronti del proprio figlio. Ma è anche un rilevante atto di responsabilità sociale».

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Jules Verne e l’esoterismo
Michel Lamy
Edizioni Mediterranee, 2005
pp. 227, € 19,50


Recensione di Paolo Cortesi

Ecco un libro che negli ambienti accademici verrebbe definito problematico. Il denso saggio di Michel Lamy, che le Edizioni Mediterranee hanno pubblicato nel 2005, mentre l'edizione originale è del 1994, offre al lettore abbondante materiale, ma anche osservazioni, stimoli, piste di interpretazione, con particolare opportuna attenzione alle opere meno note del grande Jules Verne.

Lamy ha il grande merito di superare le cose dette e ripetute cento volte (Verne anticipatore del futuro...) e di presentare la natura più profonda e autentica di un autore letto moltissimo ma compreso assai meno. Il celebre autore francese è ancor oggi popolare per certi suoi romanzi che hanno avuto un successo straordinario: da Cinque settimane in pallone (1863) a Il giro del mondo in 80 giorni (1873). Ma Verne ha scritto molto di più. E proprio nelle opere "minori" brilla il Verne più sincero, l'amante dei rebus, delle citazioni sottotraccia e dei nomi a chiave, il giocoliere delle parole e l'autore che ammicca ai pochi lettori che sapranno andare oltre la superficie neutra della narrazione. Il Verne che semina indizi e gioca con echi e richiami insospettati.

Un solo esempio: Lamy scopre, e documenta, un parallelismo fra la trama de Il flauto magico di Mozart e quella del romanzo verniano Le Indie nere. Purtroppo, l'ansia di scoprire codici e società segrete penalizza questo notevole saggio, che troppo spesso presenta come prove quelle che più verosimilmente sono, nella migliore delle ipotesi, coincidenze. E amicizie e frequentazioni diventano sicure affiliazioni a società segrete: Verne conosceva George Sand, che a sua volta conosceva Delacroix, il quale dipinse affreschi nella chiesa di Saint Sulpice, che fu un centro iniziatico (ricordate Il Codice Da Vinci?), «i dipinti che la ornano sono in rapporto diretto con il caso di Rennes-le-Château» (pag. 96)... queste catene di illazioni e di ipotesi sono suggestive e funzionano alla grande nei romanzi; la ricerca storiografica, però, non si fa così e si corre seriamente il rischio di fare affermazioni azzardate e prive di prove consistenti.

Secondo Lamy, Verne sarebbe stato praticamente il fulcro dell'esoterismo europeo della seconda metà dell'Ottocento, avrebbe avuto legami profondi con i Rosa-Croce, gli Illuminati, la Golden Dawn e ovviamente la Massoneria; il che francamente è poco credibile, soprattutto perché – a parte i pretesi indizi sparsi nelle sue opere – nulla della biografia documentata dello scrittore francese lo prova.

Eppure, il libro di Lamy non è inutile; se lo si legge con un certo filtro, anzi, Jules Verne e l'esoterismo è un approccio interessante all'opera del famoso romanziere, di cui viene delineata la produzione minore, o meglio meno popolare, che è forse la più intensa, perché in essa l'autore ha seguito liberamente le sue invenzioni letterarie, che nei romanzi "maggiori" doveva conciliare con le richieste dell'editore-manager Hetzel.

Un saggio problematico, ho scritto all'inizio della recensione, e lo confermo; ma comunque un saggio che, se non rivoluziona la figura di Verne, di certo la illumina e la approfondisce.

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Non guardare nell’abisso
Massimo Polidoro
Edizioni Piemme, 2016
pp. 419, € 18,50


Recensione di Valentina Sordoni

Nella Filosofia della composizione il maestro del terrore Edgar Allan Poe riconosceva che i suoi scritti, sia in prosa sia in versi, tutt’altro che concepiti a caso in fulgidi istanti di spontanea ispirazione poetica, erano strutturati piuttosto su un elemento capitale, un’autentica chiave di volta che reclamava esercizio e dedizione costante: l’effetto suscitato nell’animo di chi legge. Ecco. Il nuovo romanzo di Massimo Polidoro, Non guardare nell’abisso, edito da Piemme, mi ha ridestato le parole sopite di Edgar Allan Poe scoperte durante la mia appassionata esplorazione dei classici perché, terminata la lettura, le impressioni avute sono state tante, diverse e tutte convergenti verso la stessa conclusione: il romanzo è davvero straordinario nella sua capacità di avvincere il lettore catalizzandone l’attenzione.

Chiedersi quale sia stato l’effetto che Polidoro ha rincorso scrivendolo, significherebbe spegnere la scintilla che alimenta di suggestione e intensa suspense un thriller che travolge sul ritmo incalzante dell’azione. Un thriller curatissimo in cui ciascun dettaglio s’incastra, perfetto, nell’intreccio articolato che sviluppa la trama, ricca di colpi di scena, dalla forza (e il grande merito) di confondere presto il lettore, disorientarlo e condurlo, curioso e impaziente, all’epilogo che scioglie l’enigma e prelude a prossime avventure per il protagonista, Bruno Jordan. Ancora lui, dopo il successo de Il passato è una bestia feroce, il primo thriller firmato da Polidoro per Piemme.

Ancora alle prese con un caso di cronaca nera su cui ora incombe, greve, l’ombra cupa delle Brigate Rosse che incendiarono di stragi gli anni di piombo, lo strascico latente di un passato che torna improvviso a spargere terrore sull’inchiesta giornalistica di Jordan, ostinato a guadagnarsi l’ennesimo scoop e gli encomi della direttrice insopportabile.

Un’indagine che scotta e diventa insidiosa: rintracciare la nipote di Publio Virgilio Strazzi, scomparsa chissà dove e mai conosciuta. Lui, un ex senatore in pensione ma in corsa come candidato favorito alle prossime elezioni presidenziali della Repubblica Italiana, è disposto a tutto per ritrovarla. La cordialità solo formale del politico in carriera nasconde però un trascorso insospettabile. Un vortice che risucchia i personaggi e li sbatte davanti all’agghiacciante oscurità dell’abisso, qui metafora del lato oscuro e imperscrutabile dell’animo umano, incontrollabile, e perciò più temibile. Un vortice che mescola i ruoli e rende labili i confini tra vittima e carnefice, tra verità e menzogna, consumando il desiderio di vendetta, lucido e insieme inappagato, che penetra, trasversale e silenzioso, le pagine di questo thriller impeccabile.

Nella Filosofia della composizione Edgar Allan Poe sosteneva che «la precisione e la rigorosa consequenzialità di un problema matematico» gli garantivano una creazione perfetta.

Polidoro fa sua questa lezione, e allora non è così interessante chiedersi quale effetto abbia cercato di fronte all’esito raggiunto: un thriller che fino all’ultima riga tiene con il fiato sospeso. Non guardare nell’abisso, potrebbe essere pericoloso...

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Medicina insolita per non medici
Giorgio Dobrilla, 2016
C1V Edizioni
pp. 192, € 15


Recensione e intervista di Luca Menichell

Girovagando per gli scaffali delle librerie non è raro incontrare una sezione di libri sulla salute che fino a pochi anni raccoglieva solo testi universitari e che ora invece ospita molti testi divulgativi. Tale proliferare di testi dovrebbe essere considerato una conquista della cultura medico-scientifica, ma nella maggior parte dei casi questi volumi fanno riferimento a pratiche alternative e antiscientifiche, che evidentemente esercitano un certo appeal su un pubblico alla ricerca di informazioni sul tema. In questo panorama, un’eccezione è costituita dalla casa editrice C1V di Roma che pubblica libri di divulgazione scientifica attraverso la collana “Scientia et causa”, curata da Armando De Vincentiis, psicoterapeuta e coordinatore del CICAP Puglia. Il quarto volume della collana si intitola Medicina insolita per non medici e l’autore è Giorgio Dobrilla, primario gastroenterologo emerito dell’Ospedale Regionale di Bolzano, nonché, fino al 2014, docente di Metodologia Clinica presso la facoltà di Medicina dell’Università di Parma. È autore di numerosi volumi di divulgazione medica e consulente scientifico per il CICAP. Come si capisce già dal titolo, il libro è rivolto a un pubblico non specialistico ma interessato a una corretta informazione su alcuni argomenti che riguardano la nostra salute e che sono poco presenti nei media o trattati superficialmente e in modo non soddisfacente.

L’approccio, come sottolinea l’autore, è un po’ “insolito”, ma proprio per questo il testo rappresenta una lettura gradevole e scorrevole: un validissimo esempio di quella che potremmo definire “scienza ricreativa”. Delectando docere, insegnare divertendo.

Nonostante ciò, non si tratta di un libro “leggero”: gli argomenti sono trattati in maniera approfondita con riferimenti scientifici corretti e verificabili, che lo rendono adatto anche a una platea di lettori esigenti.

Entriamo nello specifico riportando qualche esempio. Il primo capitolo tratta del bugiardino, il famoso foglio illustrativo che accompagna ogni farmaco. A cosa serve con precisione? Come deve essere letto e interpretato? Come vengono commercializzati i farmaci? Cosa sono i farmaci generici e quelli “biosimilari”? Cosa sono i farmaci “accattivanti” e quanto è grande il fenomeno dei medicinali contraffatti? Quali trattamenti sono validi e quali invece portano avanti promesse vane? E poi: cosa sono la pillola contraccettiva, la pillola del giorno dopo e la pillola abortiva? Cos’è la terapia iperbarica? Come avvengono i trapianti d’organo e cos’è il trapianto di feci?

Come si può vedere, pur nella varietà degli argomenti, il libro offre una spiegazione chiara e completa. Naturalmente non mancano gli argomenti cari ai nostri lettori come la medicina alternativa, la disinformazione che ruota intorno alle vaccinazioni, gli aspetti legali che condizionano la medicina etc. La prefazione di Piero Angela arricchisce, inoltre, un testo che già di per sé è molto valido e consigliato.

Abbiamo incontrato il professor Dobrilla, una persona molto disponibile, a cui abbiamo rivolto alcune domande sul tema.

Il suo libro, come dice il titolo stesso, si rivolge in particolare a non medici fornendo informazioni che di solito non si trovano in altri mezzi di informazione. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? C’è qualche fatto o avvenimento che l’ha ispirata?

Non un fatto ma una serie di momenti ispiratori legati da un tema conduttore prevalente: la constatazione che certe notizie relative alla medicina nei media o non sono date o sono accennate di sfuggita, senza pesare l’importanza della notizia, per cui al lettore resta poco tra le mani. Piero Angela dice che qualche argomento potrebbe interessare pure a qualche medico. Non oso contraddirlo.

Su queste pagine abbiamo affrontato spesso argomenti riguardanti la pseudomedicina: non di rado si tirano in ballo i presunti benefici di pratiche non supportate dalla scienza “ufficiale”. Le capita spesso di dover intervenire in casi di questo genere, nei confronti, per esempio, di persone che chiedono un trattamento alternativo magari con la famosa frase: «Ho letto su internet che...»?

Capita abbastanza spesso, specie con pazienti emotivi, privi di disturbi significativi, ma talora pure con malati cronici importanti, insoddisfatti dell’esito delle cure convenzionali o del curante che non spiega a sufficienza il perché dei loro malanni. Il rapporto fiduciario col medico è un elemento cruciale. Ho così constatato di persona che quasi sempre i pazienti che optano per una medicina alternativa ignorano completamente sia il “presupposto teorico” della cura che stanno facendo sia l’assoluta fragilità delle prove della sua efficacia. Esempio? Un preparato omeopatico CH10 ricavato da una tintura madre, poniamo di ortica, viene ritenuto un derivato erboristico mentre nella boccetta c’è solo acqua fresca.

Perché, nella sua esperienza, molte persone sviluppano un’avversione verso la medicina e la scienza in generale?

La disinformazione, favorita spesso dai media, insieme con lo scadente rapporto tra scienziati e pubblico è una delle cause, senza dimenticare l’innata propensione di non poche persone a credere in qualcosa di misterioso. Homo credulus più che Homo sapiens.

Quali sono i suoi futuri progetti relativamente alla comunicazione della scienza?

Il prossimo progetto è un volume dal titolo "5000 anni di effetto placebo" con sottotitolo: “Nella pratica clinica, negli studi controllati e nelle medicine non convenzionali”. Si è trattato di un lavoro molto impegnativo, nonostante io coltivi questo argomento da anni, almeno dal 1979. La prefazione sarà di Marco Ciardi, autorevole professore di Storia della Scienza e della Tecnica all’Università di Bologna.