È sempre la solita musica... La disinformazione scientifica non risparmia il mondo della scuola

Secondo una ricerca molto pubblicizzato sui media, lÂ’ascolto della musica durante lo studio stimola lÂ’apprendimento e può aumentare la concentrazione. Per esempio chi studia ascoltando musica classica con 60-70 battiti al minuto, raggiungerebbero mediamente votazioni di quasi un punto superiori a quelle degli altri nelle prove di matematica. Ma quale è la credibilità di questa ricerca?

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©fredericksweb.com
Una delle rare occasioni in cui i media parlano di scuola è quando riprendono le lezioni in tutti gli istituti scolastici. Oltre alle solite banalità (immancabili i consigli degli “esperti” su come affrontare al meglio il nuovo anno) e la denuncia dei cronici problemi che affliggono la scuola italiana, talvolta capita di leggere notizie curiose. Una di queste ha avuto larga diffusione, nelle prime settimane di settembre, sui media generalisti (La Stampa[1], Panorama[2], ecc.), ma anche su testate specializzate in tematiche legate all’istruzione e rivolte agli addetti ai lavori (es.: La tecnica della scuola[3]). Anche alcune testate straniere hanno riportato la notizia[4]. In sintesi si tratta di questo: ascoltare buona musica durante lo studio migliorerebbe i risultati scolastici. Una notizia davvero magnifica, almeno apparentemente, anche se sicuramente farà aumentare il rischio di conflitti tra studenti musicomani e i rispettivi genitori e insegnanti che cercheranno invano di far spegnere lo stereo o di far loro togliere gli auricolari dalle orecchie. La notizia riporta i risultati di uno studio condotto dalla psicologa inglese Emma Gray del “British CBT and Counselling Service” di Londra. Secondo lo studio l’ascolto della musica durante lo studio stimola l’apprendimento e può aumentare la concentrazione. È però importante scegliere la musica giusta per ogni disciplina. Gli studenti che, durante lo studio, ascoltano musica classica con 60-70 battiti al minuto, raggiungono mediamente votazioni di quasi un punto superiori a quelle degli altri nelle prove di matematica. Le melodie e i toni della musica classica (come Per Elisa di Beethoven,) aiutano gli studenti a concentrarsi più a lungo e a memorizzare un maggior numero di informazioni. Viceversa, l’ascolto di musica con 50-80 battiti al minuto (come We Can’t Stop di Miley Cyrus e Mirrors di Justin Timberlake) ha un effetto calmante sulla mente e, favorendo il pensiero logico, permette al cervello di imparare e ricordare nuovi dati. Ascoltare musica rock e pop coinvolgente come Firework di Katy Parry e (I Can’t Get No) Satisfaction dei The Rolling Stones può produrre infine uno stato di eccitazione elevato che può aumentare la creatività e facilitare l’apprendimento di materie come Inglese, Teatro o Arte. Ma che fondatezza ha una simile notizia? Se si va un po’ più a fondo, si scoprono cose interessanti. Lo studio da cui è stata tratta l’eclatante notizia è stato commissionato da Spotify, un servizio musicale on line che offre in streaming un’ampia selezione di brani musicali di varie case discografiche (in pratica un venditore di musica). Il “British CBT and Counselling Service”[5], cui è affiliata l’autrice dello studio, (CBT sta per Cognitive-Behavioral Therapy) non è, come si potrebbe pensare, un’autorevole istituzione scientifica. Si scopre infatti facilmente che si tratta di uno studio associato di psicologi e psicoterapeuti che offrono i loro servizi con parcelle a partire da 110 sterline. Inoltre, al di là delle notizie pubblicate dai media, non si trova traccia del lavoro nella letteratura scientifica e non viene fornita alcuna indicazione sulle modalità di esecuzione dello studio e sui dati ottenuti. Si può quindi arrivare facilmente alla conclusione che la notizia è del tutto priva di ogni base scientifica. Tale conclusione è inoltre confermata anche dalle argomentazioni con le quali si giustificano i risultati dello studio.
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©alva chien flickrcc
Affermazioni del tipo «l’area sinistra del cervello è abituata a elaborare informazioni effettive e a risolvere problemi» o «gli studenti usano la parte destra del cervello per elaborare pensieri originali e creativi» (come ci ha confermato il prof. Sergio Della Sala[6], neuroscienziato e presidente del CICAP) sono classici luoghi comuni che denotano solo una discreta ignoranza in fatto di neuroscienze. La solita domanda che nasce spontanea è: perché i media pubblicano simili notizie con tanta leggerezza? Come al solito si divulgano informazioni false e dannose e si fornisce pubblicità gratuita a chi ha tutto da guadagnare dalla diffusione di esse (non a caso Spotify ha provveduto immediatamente a preparare e a commercializzare apposite playlist per aiutare gli studenti a studiare in modo efficace). Sempre a proposito di dati di ricerca, ma questa volta di qualità, voglio segnalare l’intervento di Tullio Di Mauro nella rubrica da lui curata su Internazionale n. 1016 (6/12 settembre 2013)[7]. L’intervento, dal titolo esplicito “Spendere in istruzione conviene”, riporta alcuni dati di un lavoro pubblicato un paio d’anni fa da due studiosi, lo statunitense Robert Barro e il coreano Jong-Wha Lee, dal titolo A new data set of educational attainment in the world, 1950-2010[8]. Dallo studio (questa volta credibile) risulta che la crescita dei livelli di istruzione, soprattutto medio-superiore e universitaria, porta a un aumento non solo dei redditi personali ma del prodotto interno lordo dei paesi. Questo avverrebbe perché l’innalzamento del livello di istruzione aumenterebbe la creatività, il saper essere e il saper fare e tutto ciò si rifletterebbe sull’economia dei paesi. Questi dati trovano conferma nell’ultimo report sull’istruzione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) Education at a glance 2013[9]. Nei paesi dell’Ocse, i più alti redditi di diplomati e laureati si traducono in maggiori ricavi e contributi fiscali. In particolare nella loro vita lavorativa gli uomini rendono agli stati centomila dollari (le donne sessantamila), cioè tre e due volte più della spesa richiesta per istruirli. Se invece di diffondere notizie fasulle i media prestassero più attenzione a dati di questo tipo e cercassero di sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica sull’importanza anche economica dell’istruzione, forse, le cose potrebbero migliorare un pochino.

Note

6) Si veda anche: R. Cubelli e S. Della Sala, “Le neuroscienze della maestrina dalla penna rossa”, Scienza & Paranormale, Vol. 86, 2009, p. 62-67, disponibile on line a questo indirizzo: http://tinyurl.com/nrlktos
7) L’intervento è disponibile on line a questo indirizzo: http://tinyurl.com/ozbdsvf
9) Education at a Glance 2013. OECD indicators, disponibile in pdf a questo indirizzo: http://tinyurl.com/ompa93f