Dove va il CICAP? La parola ai lettori

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Alcuni momenti dell’assemblea dei Soci tenutasi a Fossano. ©Roberta Baria
L’assemblea dei soci di Fossano è stata un’occasione per discutere molte iniziative di cui parleremo nei prossimi mesi, ma in questa rubrica vorrei limitarmi al problema di come definire l’identità del CICAP, che avevo affrontato la volta scorsa. Come promesso, questa volta lascerò la parola ai lettori, pubblicando le lettere che mi sono arrivate nel frattempo. Eccone alcune:

Sono un anziano medico, psichiatra, psicoterapeuta (che utilizza metodi di cui si conosce l’efficacia: comportamentali e cognitivi). Leggo con interesse in “Query” del prossimo incontro CICAP, cui non potrò partecipare.

Volevo solo esprimere alcune considerazioni. Dal pensiero semplificatorio, basato su eurismi “di buon senso”, e dalla magia, non ci libereremo mai. Siamo fatti per preferire questi metodi di pensiero. Detto questo, ci sono ambiti in cui i metodi di pensiero ancestrali sono dannosi. Specialmente oggi. Quindi, le eredità degli avi diventano un problema di civiltà. Io penso che in quest’ambito il compito del CICAP sia un compito di civiltà: diffondere e illustrare il pensiero critico, il dubbio su certezze mal fondate, o tradizionali, e gli strumenti che permettano di verificare il dubbio.

È quindi nella scuola che dobbiamo entrare, in particolare nella scuola obbligatoria. Non sostituendoci ai docenti, che formano spesso una casta unita e poco permeabile, ma informandoli e formandoli al metodo. Non so come si fa: mia madre era maestra. Io stesso ho lavorato per decenni nel campo della psico-educazione. Ma si tratta di un campo che per me era ristretto all’educazione (motivata) degli adulti. Un mondo molto diverso da quello della gioventù.

Ma forse queste osservazioni vi potranno essere utili.

Tazio Carlevaro, Bellinzona (Svizzera)

Mi chiamo Sonia Ciampoli, sono socia da un paio d’anni e vengo oggi dall’ennesima discussione sull’omeopatia, peraltro con persona razionalissima da sempre che sul tema si è improvvisamente convertita al possibilismo acritico, a riprova di come certe idee si insinuino con facilità se ben ammantate di una patina di plausibilità.

In merito al tema sollevato nel suo articolo, credo fermamente che se anche al grande pubblico arrivasse il messaggio che il CICAP “lavora per lui”, proprio per quell’idea di tutela del consumatore che lei stesso citava, la percezione del Comitato cambierebbe in maniera radicale.

E forse anche un cambiamento del nome potrebbe servire a questo scopo. A me dispiacerebbe, perché l’ho sempre trovato ben pensato e funzionante, ma mi accorgo che quando ne parlo molti lo ignorano, quindi forse potrebbe essere un’occasione per inventare qualcosa di più “cool” (termine orribile che però rende l’idea) in grado di raggiungere una platea più variegata.

Sono dell’opinione che sarebbe d’aiuto per conquistare soprattutto chi si trova anche fuori dal cono d’ombra dei possibilisti, ma è curioso e disponibile all’ascolto.

Grazie per averci offerto l’occasione di esprimere la nostra opinione su un tema così importante, keep up the good work.

Sonia Ciampoli, Roma

Sono un lettore del bollettino CICAP da quando esso è nato tanti anni fa. Stimolato dal tuo articolo Dove va il CICAP? vorrei darti il mio parere. Io non sono d’accordo con la posizione “onnicomprensiva” anglosassone, poiché se i tuttologi dicono di sapere un po’ tutto, poi non possono sapere in profondità quasi nulla. Tuttavia, pur escludendo la politica e l’economia, che potrebbero definirsi “scienze in fieri”, non escluderei assolutamente la religione, anzi proporrei di trattarla, certo in senso critico, ma rispettoso. Questo perché è una conoscenza per definizione “non soggetta a revisione”, dunque assai simile, per questo aspetto, alla “conoscenza magica”, all’indimostrabilità, al giustificazionismo quando non dà convincenti risposte. Inoltre, visto il peso del suo potere (leggi Islam radicale) anche nel promuovere la guerra perenne, sarebbe giusto confutare, magari testi sacri alla mano, alcune tesi assai pericolose e/o discutibili. Ci sarebbero altre ragioni, ma mi dilungherei troppo; accenno solo al bisogno psicologico atavico di “credere” ma, pur accettandolo, vorrei che esso fosse posto sui binari della ragionevolezza.

Claudio Giordanengo, Torino

Diverse di queste proposte sono emerse anche all’assemblea dei soci: per esempio quella di lavorare di più sulla scuola e quella di provare a rivolgersi a una platea diversa da quella tradizionale dei nostri sostenitori. Ma soprattutto mi sembra che ci sia un sentire comune nei confronti della funzione sociale e civile che può avere il CICAP, e che è difficile da sostenere se ancora ci presentiamo legati a maghi e fattucchiere: tutti noi abbiamo sperimentato lo sguardo perplesso che compare sui volti dei nostri interlocutori quando cerchiamo di spiegare che siamo persone serie anche se ci occupiamo di “paranormale”. È per questo che la prima decisione che abbiamo preso all’assemblea dei soci è stata quella di togliere finalmente dal nome del CICAP la parola “paranormale”, che sostituiremo con “pseudoscienze”: il nome CICAP resterà, perché rappresenta un “marchio” ormai molto noto al pubblico, ma lo affiancheremo a uno o più slogan e a una presentazione che caratterizzino in positivo la nostra attività e facciano capire che ci occupiamo di cose che toccano la vita di tutti. Un altro passo che faremo nei prossimi mesi per accreditarci come associazione culturale ad ampio spettro sarà lanciare nuove iniziative rivolte a un pubblico diverso da quello abituale. E naturalmente continueremo a raccogliere idee per rinnovare la nostra immagine. Abbiamo bisogno di tutti voi: se vi fa piacere parlarne insieme, continuate a scrivere a ferrero@cicap.org o a CICAP, casella postale 847, 35100 Padova.