Tormenti e tormentoni linguistici



Troppo spesso si scrivono, si pronunciano e si ripetono frasi e frasette senza prendere in considerazione quel ch'esse, necessariamente, implicano... Un piccolo esempio: quando la giornalista Lucia Annunziata, alcuni anni or sono, fu chiamata a dirigere il Tg3, qualcuno là scelse per lei l'appellativo "direttora", in quanto - così fu spiegato a la Repubblica - "il termine "direttrice" fa pensare alla direttrice di una scuola...".

Chiaro, no? Allo stesso modo, d'altra parte, potrebbe sostenersi che il vocabolo "direttore" "fa pensare al direttore di una banca"... Di conseguenza, quando il Tg3 è diretto da un giornalista, anziché da una giornalista, è meglio ch'egli venga chiamato, per dire, "direttoro". Quindi, una volta chiarito che colui che dirige una banca è detto "direttore" e colui che dirige un telegiornale va chiamato "direttoro", occorre denominare correttamente colui che diriga, poniamo, un museo... Avendo già utilizzato la "e" e la "o" come desinenze, be', da buon sardo proporrei la "u": "direttoru". E colei che dirige un museo, come potremmo definirla, visto che la "direttrice" già dirige la scuola e la "direttora" il telegiornale? Dato che, presumibilmente, la desinenza "i" sembra riservata al plurale di "direttore", è mio triste dovere annunciarvi che abbiamo esaurito le vocali... Per lo meno, quelle italiane: forse, colei che dirige un museo potrebbe definirsi "direttory" - abbastanza carino come vocabolo, no? -. Permane tuttavia il problema di formare i vari plurali (a parte quello di "direttoro", se lasciamo che coincida con quello di "direttore"). Non ci rimangono, ormai, che le consonanti: così, la migliore scuola giornalistica del Tg3 può stabilire, per esempio, che il plurale di "direttora" è "direttorb", mentre il plurale di "direttoru" è "direttorc" - "alcuni direttorc di musei europei continentali..." -. Non si possono ignorare, però, coloro che si trovano a dirigere aeroporti, uffici postali, dipartimenti vari e quant'altro... Esistono consonanti in numero sufficiente per formare le desinenze di tutti i vocaboli - singolari e plurali, femminili e maschili - resi necessari dalla bella pensata di alcuni elementi della redazione del Tg3? O dovremo sbizzarrirci coniando vocaboli come "direttrulz" o "direttoccolu"?

Naturalmente, le cose sono in realtà assai più semplici: si definisce chi ha il compito di dirigere "direttore" ovvero "direttrice" - diriga egli o ella una testata giornalistica, un'orchestra, un carcere, o quant'altro... - Tranne soltanto quando esista un termine più specifico; un esempio tra tanti, chi dirige un incontro di calcio (in effetti, come direzione è un po' particolare) si chiama "arbitro" o "arbitra".

Incuriosisce, poi, l'esistenza di due scuole di pensiero (collegate anche a diversi movimenti femministi) diametralmente opposte al riguardo... La prima di esse definirebbe mia madre "un pensionato"; la seconda parla, avec nonchalance, di "ministre" a capo di vari dicasteri. Va detto che la seconda scuola valorizza le strutture linguistiche italiane in modo logico e razionale, con il conforto dei migliori vocabolari e testi di grammatica. Risulta chiaro infatti che, se si può dire "operaio" e "operaia", potrà dirsi anche "notaio" e "notaia". Si sa bene che tempo fa le notaie non esistevano; dunque, il relativo vocabolo allora non risultava utile - e oggi può quindi "suonare strano" all'orecchio più conservatore -.

Sin qui s'è discusso di questioni linguistiche, le quali non sembrano rivestire (ma non dimentichiamo la "neolingua" paventata da George Orwell) un'importanza cruciale... Immaginiamo però che si soglia ripetere qualcosa come "l'acqua conserva il ricordo delle sostanze ch'essa conteneva quando la si è succussa cento volte". Se tale enunciato non si proponesse (come apparirebbe plausibile) quale verso di un'ilare filastrocca per bambini, bensì come principio "scientifico", be', quasi tutti capiremmo - spero proprio! - che le implicazioni di una simile affermazione sono tali e tante che soltanto in un universo radicalmente diverso dal nostro un simile "principio" potrebbe contribuire a descrivere la realtà. Si tratta, ovviamente, di un esempio di pura fantasia... Oh, perdonate la bizzarria del sottoscritto: già, chi al mondo potrebbe mai creder davvero a un'assurdità di tale portata?